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Presentato in anteprima nazionale al Giffoni Film Festival, uscirà il 12 agosto in tutte le sale italiane (e sottolineo quel TUTTE, perché in quel periodo al cinema non troverete praticamente nient’altro) “Ant-Man”, il film che amplierà il già ricco universo Marvel con un nuovo supereroe, particolarmente amato dai lettori dei fumetti originali che aspettavano da tempo un lungometraggio a lui dedicato.

Un supereroe che, oltre alle canoniche forza ed agilità, aggiunge al campionario il potere della miniaturizzazione, che regala potenzialità cinetiche e visive tutte da esplorare alla visione stereoscopica in tre dimensioni (banalmente, il 3D).

Il problema del film diretto da Peyton Reed risiede principalmente in una sceneggiatura molto prolissa e scialba nella genesi dell’eroe, che poi esplode nella seconda parte quando la palla passa all’azione e ai mirabolanti effetti speciali. Script che inizialmente era stato affidato alla super coppia Edgar Wright/Joe Cornish (che avevano già realizzato insieme un’eccellente riduzione da fumetto con il “Tin Tin” di Spielberg), per poi venire rimaneggiato e sistemato, o probabilmente smembrato e semplificato, da Adam McKay e dall’attore protagonista Paul Rudd. Difficile che escano fuori copioni di livello da questi patchwork artistici: non è successo nemmeno questa volta.

Dotato della capacità di rimpicciolirsi e al contempo accrescere la propria forza, il ladro provetto Scott Lang (Paul Rudd) dovrà ricorrere alla sue doti eroiche per aiutare il proprio mentore Hank Pym (Michael Douglas) a proteggere l’avveniristico prototipo che è il costume di Ant-Man da terribili minacce, e insieme dovranno pianificare un colpo che salverà il mondo.

Tante le cose da dire su un film potenzialmente pieno di spunti e tematiche, non tutte trattate e approfondite a dovere. Merita di essere fruito in sala e in 3D per godere appieno delle spettacolari scene in cui il punto di vista di Ant-Man miniaturizzato diventa preponderante, una sarabanda visiva che lascia senza fiato in più di una sequenza.

La rappresentazione caricaturale delle forze di polizia, affidata principalmente al Bobby Cannavale che ricordiamo bravissimo in “Blue Jasmine”, non può non richiamare i recenti fatti di cronaca accaduti negli States, con la brutalizzazione di giovani uomini di colore e i successivi riots di protesta esplosi nelle periferie: lo stupidissimo uso di un taser in una scena non lascia alcun dubbio al riguardo. Il punto di vista intercambiabile interno/esterno in alcune scene d’azione (su tutte lo scontro finale all’interno di un plastico/giocattolo) sembra ironizzare sulle accuse di esaltazione del superomismo piovute da più parti sui film Marvel: guardati dalla giusta distanza, sono solo pupazzi in movimento, giocattoli d’intrattenimento da non prendere troppo sul serio.

Molte cose, però, non funzionano, a partire dal posizionamento chiaro ed esibito nel target del film per adolescenti, questa volta più di ogni altra: dialoghi didascalici che spiegano e rispiegano, totale assenza di sangue, e Douglas che si trasforma nel dottor Pistolotti per come non faccia altro che pontificare e monologare per tutta la prima parte. Un buon prodotto d’intrattenimento, insomma, divertente e spettacolare, ma, paragonato ad esempio al frizzante “Guardiani della Galassia”, anche un innegabile passo indietro.

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Contro

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