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  • Antimatter: Leaving Eden

    Antimatter

    Data di uscita: 13-04-2007

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Il riscatto del dopo-Patterson

(Ce) ne aspettavamo il declino… In uno stato d’animo inevitabilmente rattristato dal grottesco spettacolo della parabola discendente, ma pungolato da una perversa impazienza all’idea del catastrofico altrui inabissarsi definitivo: una meteora che si schianti rumorosamente al suolo. Ed invece, la dipartita di Duncan Patterson (ora devoto ai mistici Ion), ha tirato fuori per le caviglie gli Antimatter da quel pantano d’immobile, monotona apatia che aveva sì attutito il colpo, ma che anche li stava lentamente, inesorabilmente inghiottendo, riportandoli invece ad una realtà (musicale) che, probabilmente, li ha stupiti d’infinite ed inattese possibilità.
L’approccio, questa volta, è sostanzialmente acoustic rock: abbandonata la supremazia dei lusinghieri campionamenti elettronici, a riverberare e rilucere una disadorna stanza dall’altissima soffittatura di onde armoniche ed eufoniche (è questa infatti, l’immagine che il sound dell’intero album mi ha suggerito, per dilatazione/diramazione fisica e sensazione d’ovatta sulla pelle), sono soprattutto arpeggi chitarristici, performances vocali maschili ed inserti violinistici sentiti e trascinanti. Che sia giunta alla fonte il giudizio sull’ultima cantante impiegata in “Planetary Confinement”? Anche senza elettronica e partner vocale, il risultato è egregio: i brani, carichi di sentimento, sono focalizzati su sé stessi, incentrati e concentrati sullo stato emotivo comunicato. “Redemption” avvolge di percezioni dolorose, il suo assolo quasi prog ti passa attraverso, ed il finale, indubbiamente toccante, vibra. È impossibile non notare il climax emotivo del ritornello di “Freak Show”. E la strumentale “Landlock”, con il suo incedere ed i soffici tocchi tastieristici, minimalisti come il passaggio degli archi in tutto il disco: molto spesso preludio a sfuriate ed assoli di matrice classic metal, (fortunatamente) però addolcite ed umanizzate da sonorità d’Oltreoceano tanto nobili quanto accattivanti. Le distorsioni hanno lo stesso, rilassante e dolente, trascinamento della scuola alternative rock di matrice Anathema. La presenza di Danny Cavanagh non è, tuttavia, citazionista del suo gruppo principale; lo stile, si adatta al contesto più arioso ed indulgente rispetto alle atmosfere della band di Liverpool, e l’artista dimostra di sentirsi a suo agio in questa differente incarnazione delle sue capacità.
Malinconico ed assorto, quasi contemplativo un dolore riconosciuto ed a noi svelato, “Leaving Eden” si rivela liricamente struggente e musicalmente romantico, ricolmo di linee ipnotiche e penetranti e, sopra ogni altra cosa, vivo e sincero, onesto quanto un animo sensibile che voglia mettersi a nudo, privo di pudore per la propria inebriante, incontenibile Bellezza.

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