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Quando ogni luce muore, l’essenza risorge

Turns to black. L’espressività degli Antimatter non trova policromie adatte a poterla esprimere, passando dunque dal bianco pallore di “Saviour” al nero fondo di questo “Lights Out”. Ed è di notte che l’opera sembra volersi ambientare. Le sinistre sirene che aprono l’album raccontano di un coprifuoco in una città senza nome, senza età. E così ci immergiamo in questo nuovo ambiente, con le note della title-track che procedono in punta di piedi, perché questa notte, questo silenzio, non deve essere rotto. È un’avventura sonnambula, segreta, perché di giorno certi interrogativi non ha nemmeno senso porseli. Ma ora che il mondo dorme il nostro io inquieto può destarsi e prendersi la scena. “Lights Out” prosegue il discorso intrapreso da “Saviour”; l’elettronica e i synth modellano tutto l’album, lasciando però un ampio spazio d’azione ai molti elementi acustici. La musica fluisce come un respiro cadenzato, a volte malato. L’inquietudine avanza passo passo inseme allo scorrere delle canzoni, senza mai mostrare il proprio volto, eppure lasciando sempre la propria inconfondibile traccia. Brani come “Everything You Know Is Wrong” o “The Art Of A Soft Landing” brillano della propria malinconia, ma tutto il cammino intrapreso lungo le otto tracce è un incedere sofferto. Bellissima la voce di Mick Moss che, ben assistito dalle due vocalist femminili Hayley Windsor e Michelle Richfield, si fonde alla perfezione nel calderone delle emozioni musicate in questo platter. La conclusiva strumentale “Terminal” ci abbandona con un brivido lungo schiena. Probabilmente sta per albeggiare e “Lights Out” non può andare oltre. Un’opera che ipnotizza e rapisce, ennesimo viaggio regalatoci da Duncan Patterson nella dimensione del surreale. Per chi crede che il minimalismo sia arte.

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