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  • Antimatter: Planetary Confinement

    Antimatter

    Data di uscita: 16-08-2005

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Essenzialità povera

La superbia, uno dei Sette Peccati Capitali; in un celebre film, la vanità era il peccato preferito di Lucifero… Sulla scia di profumo fresco e floreale, talora pallidamente notturno, lasciata dal peplo emotivo dei due precedenti, impareggiabili lavori (“Saviour” soprattutto), il progetto di Duncan Patterson aspira ad una perfezione minimale che, sulla nuda base d’ottime premesse solamente, doveva essere il coronamento sommo, apice svettante di quella “musica dell’anima” che, sin dall’inizio, è prerogativa degli Antimatter. Abbandonati quasi del tutto i campionamenti elettronici che immediatamente richiamavano alla memoria i Massive Attack, “Planetary Confinement” è un album interamente acustico, giocato quasi esclusivamente su d’un ipersviluppo di buone idee: arpeggi di chitarra protratti, linee vocali identicamente riproposte, giri di piano reiterati, statici tappeti sinfonici d’un intimistico quartetto d’archi. Intendiamoci, gli embrioni sono forti sia dal punto di vista drammatico, che da quello della classe e dell’eleganza – seppure quest’ultima sia molto discreta e trasparente -; ma questo non può bastare. Non possono essere sufficientemente riempitivi degl’inserti d’archi, per quanto ottimamente inser(i)ti; non sufficientemente travolgenti di sentimento gli stop’n’go; non sufficientemente calda e trasportante, delle due voci, quella femminile, asciutta ed infantile, totalmente apatica (ottima invece, la performance del cantante, immedesimata e sentita).
La title track introduttiva, breve sequenza di note di piano piene di pause, conduce al primo vero pezzo, “The Weight Of The World” che presenta ciò che degli Antimatter è rimasto in salute: la voce di Michael Moss, il feeling melodico, il saper degustare ogni accordo di chitarra fino al suo sciogliersi nel silenzio. E perché no, mostra pure ciò che, nelle premesse degli Antimatter, comincia a vacillare: incapacità di incantare nella ricorsività delle note, una strana dimensione asciutta e meno stimolante del solito. Segue “Line Of Fire”: che è successo a Michelle Richfield? Quale condizione al mondo ha costretto il duo ad avvalersi delle improbabili timbriche e le immature tonalità di Amélie Festa?[PAGEBREAK]Per fare di peggio, si possono mettere le buone idee melodiche e lasciarle morire su se stesse prima che emettano vagiti d’emozione. La disdetta è percepibile soprattutto quando pause morte, mascherate da stop’n’go, non provocano contrasti o mutamenti notabili, ma stiracchiano quella stabilità emotiva priva di groove sopracitata. In “Epitaph” si aggiungono gli archi, ma si sarebbero preferiti i sottili tappeti elettronici d’un tempo. È come se qui lo spirito minimalista di Alternative 4 degli Anathema si fosse prosciugato, senza traccia di sentimenti nervosi o incapsulate irregolarità, scevro d’increspamenti. Lo svolgimento delle poche trame finisce con lo stancare; l’intento acustico s’interrompe a metà strada tra il riuscito e l’incompletezza, proprio in quel punto in cui un’ottima base, che cerca la complementarietà in forti armonie, non trova invece accompagnamento. Il minimalismo privo di varietà cromatica di suoni – una volta fornita dall’elettronica – si suicida nella propria essenzialità. Questo, il succo d’un disco che promette molto e alla fine è solo talvolta piacevole. Qualche nota di nostalgia, “Eternity Part 24″, otto minuti e mezzo divisi in un movimento acustico e in uno molto più lungo tastieristico-atmosferico, in parte ammiccante a quella sospensione spazio-temporale dell’omonima traccia – Eternity Part II – dal terzo LP dell’ex-band di Patterson.
È come se ci si trovasse ad ascoltare l’autocompiacimento derivante dal credere d’aver ottenuto il massimo con il minimo sforzo, un’immotivata vana_gloria, quasi una presa in giro. Un album acustico non è uno scherzo, e qualche spunto originale, per quanto suoni bene (perché nel complesso suona bene, fuor di dubbio), non può andare da solo a fare un’opera memorabile. Delle canzoni ci si dimentica, incapaci di permeare la corteccia cerebrale; in dissolvenza, s’allontanano dalla tua percezione oggettiva, pervadendoti soltanto d’una bella sensazione.

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