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Antony and the Orchestra

Non è facile doppiare il tutto esaurito a soli quattro mesi di distanza nella stessa città, nello stesso posto. Antony c’è riuscito, tornando all’Auditorium di Roma dopo il trionfale concerto di Marzo. Cambia il palcoscenico, con l’elegante sala interna sostituita dalla suggestiva Cavea immersa nella notte romana. Cambia l’accompagnamento, con l’Orchestra Sinfonietta di Roma che arricchisce il palco con 50 elementi, tra i quali si nascondono anche un paio di “Johnsons”. Cambia anche la setlist, quasi del tutto diversa da quella di marzo e composta da brani meno famosi, tutti rimodellati dall’arrangiamento sinfonico. Alla fine qualcuno recriminerà per l’assenza di pietre miliari come “Hope There’s Someone” e “You Are My Sister”, anche se le assenze più inspiegabili sono molti brani del primo album, per loro natura più inclini ad essere eseguiti da un’orchestra.

Unico, indissolubile filo conduttore resta l’immutabile voce di Antony. Un tuono di velluto che trova nell’accogliente alcova orchestrale l’ambiente ideale per librarsi in evoluzioni che evadono la canonica struttura delle composizioni. Basta ascoltare l’insolita “Christine’s Farm”, b-side dell’ultimo album che apre il concerto con una scarica emozionale in grado di coinvolgere in pochi secondi tutto il pubblico. “Today I Am A Boy” e “Her Eyes Are Underneath The Ground” si rivestono di vertigini sinfoniche ma anche brani meno complessi come “Another World” sono esaltati dall’intervento dell’orchestra.

Antony è vestito come uno straccione etnico e sembra un troll. Lontano dal suo pianoforte è sorprendentemente a suo agio al centro di una scena tradizionalmente illuminata dall’oscurità. Il suo doppio mento vibra e con esso i nostri petti. “Crippled And The Starfish”, unica canzone tratta dal debutto, è un’esplosione emotiva e “The Crying Light” è tradotta in danza dai movimenti quasi impercettibili di Antony. Uno spettacolo onirico in cui si incastona perfettamente perfino “Crazy In Love”, hit di Beyoncé reinterpretata da Antony alla sua maniera.

La sua attitudine è come sempre rilassata e nell’ora e mezza di spettacolo si concede spesso pause per condividere con il pubblico la genesi delle canzoni, come quella chilometrica di “Everglade”, scherzando con timida ironia e dialogando con chi gli grida dalla platea. Il rimpianto di non aver potuto assaggiare le versioni orchestrali di “Twilight”, “Atrocities” o “Fistful Of Love” muore piacevolmente in un cuore straripante emozioni e ancora riecheggiante il canto di Antony.

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