Home > Recensioni > Antony Joseph And The Spasm Band: Rubber Orchestras

Bassi, parole e pellicciotti

Anthony Joseph non è un tipo che resta in attesa di qualcuno che gli dica «Ehi fratello, facciamo qualcosa insieme?».
Come già fece da piccolo a Trinidad, lui parte, scrive e romanza la sua vita, insegna letteratura all’università e raccoglie un gruppo di personaggi dai capelli più disparati per arrivare sino ad oggi, e cioè al suo terzo disco, “Rubber Orchestras”.

Allora, mentre meditiamo sull’orchestra di gomma, qui in mezzo ci passano: Caraibi, racconti, viaggi in tutti i sensi, accenni musicali a “Le Strade Di San Francisco” catapultate in Africa, coretti yeh yeh (quelli allegri black, non italian style), bassi e sax che si incrociano e limonano e poi, lasciatecelo immaginare, un insieme di anelli di fumo che abbracciano tutti i musicisti.

“Griot”, oltre a essere (wikipedia c’è ancora, fiuu!) il termine che rimanda ai cantori delle tradizioni popolari dell’Africa Occidentale, è il pezzo d’immersione nel mondo di “Rubber Orchestras”. “Bullet In The Rocks” centra invece l’atmosfera rilassata del disco un po’ come farebbe un buttafuori nel tuo club mignottaro notturno preferito prelevandoti da una rissa verso l’uscita di sicurezza. “Damballah”, “Cobra” e “Tanty Lynn” raccontano, cosa sempre più difficile nei dischi black- rimbalzanti, quelli in cui non si riesce mai troppo spesso a capire due versi o per la loro velocità nel parolare o forse solo per il loro scopo di incrociare parole cool e culi ondeggianti.

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