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Samba californiana

Ci ricordano un po’ il Fausto Papetti della samba, i sette dischi di Slama e Denander. Qui, in coverart, al posto delle ballerine nude, c’è sempre un’immagine fantasiosa e, immancabilmente, il riferimento a L.A.
Anche la musica riesce ad essere sempre uguale a sé stessa, senza mai rinnegare uno standard qualitativo in onore del quale si tralascia spesso il giudizio sulla varietà.

La lunga lista di guest, con tutto il loro trascorso, asseconda le aspettative del fanatico di rock melodico.
L’AOR di Slama questa volta appare più spigoloso e graffiante, con maggiore spazio accordato alle chitarre. Anche a Bardowell è stato riservato un posto di rilievo, preponderante in quantità e qualità.

A vincere è dunque, ancora una volta, Los Angeles, con i suoi toni seventies e le melodie carezzevoli, come la brezza oceanica sulle palme. Nulla di nuovo sotto il sole? Non potrebbe essere diversamente: la specie umana è la stessa da millenni.

Sembra che più fitta è la pioggia di nomi, meno identità c’è nell’album. Ottime interpretazioni, come in un film di cameo, senza un filo conduttore. Il solito revival d’autore del quale dire male sarebbe un suicidio giornalistico. Ma la verità è che non ci sono brividi.

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