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Apocalyptica: Ricostruire una band, l’intervista

Non importa come si giudichi il nuovo disco degli Apocalyptica – rock-pop a base di violoncello “elettrico” oppure l’apice della maturità attraverso la fusione degli elementi caratterizzanti della band –: i finlandesi sono giunti a una svolta potenziale. Dopo vent’anni c’è un cantante in pianta stabile: Franky Perez, ex Scars On Broadway.

La band presenterà il disco in Italia all’Alcatraz di Milano, in ottobre, e forse tornerà per qualche data estiva nel 2016, dato che il tour per “Shadowmaker” durerà due anni, pause comprese. Per ora, a parlare per la band c’è solo l’album, introdotto dal mastermind Eicca al telefono con LoudVision.

Ciao Eicca, benvenuto su LoudVision! Sappiamo che suoni il violoncello dall’età di 9 anni. Ma chi è stato a metterti lo strumento in mano?

Ricordo che volevo suonare qualcosa perché, a casa, le mie sorelle già lo facevano: una suonava il pianoforte, l’altra il violino. Mio padre mi portò alla scuola di musica e io scelsi il violoncello, probabilmente in modo casuale. Ciò che mi interessava era solo iniziare a suonare.

Avendo cominciato a suonare così presto, non sei mai stato tentato di passare a un altro strumento?

Col tempo mi sono appassionato anche alla batteria, ma in maniera amatoriale. Mi trovai a suonarla nelle band della scuola, senza mai studiarla.

È sempre stato chiaro, fin dall’inizio, che la band intendesse sposare musica classica e heavy metal? O è stata una sintesi complicata da elaborare?

Tutti quanti eravamo violoncellisti di formazione classica. All’università, insieme a un insegnante, formavamo un gruppo di sei violoncellisti e suonavamo ogni tipo di musica a esclusione del metal, ma anche Jimi Hendrix. Io invece ero un fan dell’heavy metal; questa esperienza mi diede lo spunto per tentare di suonare “For Whom The Bell Tolls”, dato che già sapevo fare “Purple Haze”. Così tutto cominciò, era il 1993. Io e gli altri non avevamo alcun progetto per una band o di registrare alcunchè. Suonavamo poche volte l’anno durante festicciole di amici e studenti. Ugualmente ci facemmo una certa fama e nel 1995 dei tizi ci chiamarono per suonare davanti a una platea di un migliaio di fan dell’heavy metal a Helsinki. Fu una cosa… strampalata: quattro band – tra cui noi – riproponevano cover e c’erano ragazzi che facevano stage divining mentre i suoni che uscivano dagli amplificatori erano orrendi.

Ma scommetto che qualcuno vi notò in quest’occasione.

Esatto. Una settimana dopo, un tizio di una piccola etichetta indipendente ci telefonò per dire che gli eravamo piaciuti. Ci chiese se volessimo registrare un disco. La prima reazione da parte nostra fu di sfotterlo, sembrava uno scherzo. Mi ricordo che, nelle nostre aspettative, registrare un disco poteva farci sperare in qualche data dal vivo, tutto qui. Alla fine “Plays Metallica By Four Cellos” ha venduto circa un milione e mezzo di copie.

Quali feedback riceveste dagli artisti di cui avevate coverizzato i brani?

Ottimi feedback! Ai Metallica piacemmo al punto da seguirli come band spalla nel 1996. Da allora ci incontriamo con una certa regolarità, collaboriamo e siamo buoni amici. Stessa cosa è accaduta anche con Max Cavalera e i Sepultura. Tutti loro sono un po’ fan degli Apocalyptica! Sono sensazioni strane, perché da adolescente questa gente era il mio riferimento ideale.

Parliamo dell’ingresso nella band di Franky Perez. Una rivoluzione. Cosa vi ha fatto capire che era il momento di reclutare un cantante permanente?

Fu durante la registrazione dei nuovi brani che capitò di rifletterci. Dopo l’uscita di “7th Symphony” avevamo deciso di prendere un periodo di pausa – se tale si può considerare, dato che in quel periodo è stato pubblicato “Wagner Reloaded” e ho registrato un disco con un’altra band, i Cherry & The Vipers. Al momento di rivedersi con gli altri membri degli Apocalyptica, chiedemmo che musica volessimo infine suonare come band e come potessimo raggiungere l’obiettivo. Sin dalle prime canzoni abbozzate, era chiaro come fossero modellate su misura di un cantante ben caratterizzato. A un certo punto i brani erano quasi terminati e c’era da decidere cosa fare: volevamo un cantante in pianta stabile? Eravamo tutti d’accordo a non pubblicare più album a base di ospitate dietro il microfono.

C’è stata discussione tra di voi?

Sì. Magari un cantante sconosciuto ci avrebbe danneggiato. Questo era un timore. Un altro era che il nostro sound ne sarebbe uscito appiattito. Eravamo però concordi sul fatto che volessimo fare un album “da band” e insomma, quando si produce ci sono un sacco di parti coinvolte, alcune fuori dal tuo controllo, tanto valeva concentrarci su ciò che volevamo noi. Non volendo essere sommersi da nastri di aspiranti cantanti, organizzammo delle audizioni molto selezionate, chiedendo di cantare sopra le nuove tracce. Fatto sta che Frank si rivelò eccezionale. Essendo le canzoni già pronte, il suo lavoro in studio fu di cantare quasi come fosse un live, con noialtri ad accompagnare. Finalmente, dopo la pre-produzione, al termine di sei settimane durante le quali rimanemmo chiusi in studio, sapevamo esattamente quale album stavamo andando a concludere. Non c’era nessuna etichetta a fare osservazioni e commenti. Solo “Cult”, quindici anni prima, era stato registrato in un’atmosfera generale di tipo simile. In tutto ciò, Nick Raskulinecz (il produttore, ndr) fu molto comprensivo e d’aiuto.

È stato possibile per Frank lasciare un segno nella composiziona di “Shadowmaker”?

Frank ha integrato di sua mano una certa parte dei testi e ha scritto “Come Back Down” e parte di “Dead Man s Eyes”, due brani che erano stati concepiti come strumentali. Inoltre, suggerimenti da parte sua riguardo ad alcuni arrangiamenti sono stati accettati. Abbiamo voluto dargli il suo spazio, in quanto membro della band, senza contare che è un musicista esperto.

Un cantante racconta storie attraverso i testi. Di cosa parlano le canzoni di “Shadowmaker”?

Sono coautore dei testi insieme a Johnny Andrews, col quale avevamo già lavorato in passato, su “I’m Not Jesus” e “End Of Me”, per esempio. Posso dire che i testi sono connessi in qualche modo, tutti si occupano di relazioni umane in un’ottica bianco-nero. Il titolo venne pensato molto presto: entrammo in studio in ottobre, ma “Shadowmaker” era già stato deciso a maggio, prendendo spunto dalla canzone omonima. Questa fa riferimento ai tempi che stiamo vivendo, in cui l’élite senza volto che controlla il mondo crea leggi e regole che valgono per tutti gli altri, ma anche gruppi terroristici e un’atmosfera di generale paura. In una prospettiva più piccola, penso che ognuno di noi conosca qualche persona che possa essere definita “Shadowmaker”: qualcuno la cui attitudine ti spinge verso il basso, limita la tua creatività, cose così. Penso che il tema torni in vari punti del disco, sotto diverse angolature.

Quali esperienze e riflessioni hanno portato a qualcosa di nuovo e moderno come “Shadowmaker”?

Il fatto è che in “7th Symphony” c’era un sacco di gente che andava e veniva: musicisti, produttori, etichette e così via. È stato anche per reazione a quella esperienza che stavolta abbiamo cercato di isolarci, sforzandoci di creare un sound il più unico possibile, ricostruire una band con un carattere e una riconoscibilità, a prescindere che qualcuno possa ascoltare una nostra canzone in radio, su YouTube, su Spotify, a casa di amici, che egli possa comunque dire “sono gli Apocalyptica”. A disco chiuso ci siamo detti di avercela fatta: “Shadowmaker” è originale e possiede la giusta attitudine. Per quanto le canzoni suonino potenti, vogliamo creare la sensazione per l’ascoltatore di essere nella stessa stanza in cui la band sta suonando. Per questo non c’è stata un’eccessiva lavorazione sui suoni, in modo da ottenere un impatto “in your face”. La mia impressione è che oggi tutte le band cerchino di pompare i suoni quanto più possibile, privandoli di ogni ruvidità e ottenendo musica vuota e priva di sentimenti. Limando dappertutto e programmando ogni elemento, il senso del rock ‘n roll scompare. Al contrario, noi volevamo che si percepisse la passione che mettiamo nel fare musica.

Saresti d’accordo nell’affermare che “Shadowmaker” è un album alla portata di tutti? Senza più un singolo elemento dominante, intendo.

Mi piace! Migliorare è ciò che cerchiamo di fare costantemente, il mio sogno è creare musica così bella da non richiedere spiegazioni, per esempio “le canzoni mi piacciono perché ci sono i violoncelli”. Penso che questo sia un album potente ma composto con naturalezza, ho grande fiducia nel potenziale delle nuove canzoni.

Potrebbe essere vero affermare che, oggi, gli Apocalyptica sono “più band” che in passato?

Avere una formazione con un cantante stabile, anche per il tour, aiuta a dare un senso al tutto. Ospiti che vanno e vengono creano una percezione di confusione, come pure il fatto che siamo conosciuti per suonare musica metal con violoncelli, ma anche classica. Abbiamo una fan base che va oltre queste divisioni, ma la speranza col nuovo album è di mettere insieme gli elementi e apparire di fronte a tutti come una solida unità, sia a livello di band che a livello artistico.

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