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Appino : Imparando a stare solo

È il secondo giorno di Forest Summer Fest per noi, venerdì 28 giugno 2013 per essere precisi.
In un gazebo posto nel backstage del palco superiore incontriamo Appino, che ha appena terminato il soundcheck in vista della performance serale.
Poco prima di partire con l’intervista, Andrea riceve una telefonata segretissima riguardante il prossimo album degli Zen Circus. Noi non sappiamo niente, giuriamo.

Stavamo parlando degli Zen Circus, ma spostiamoci sul tuo progetto solista. Com’è nato, cos’è successo?
Allora, prova te a suonare per quindici anni coi soliti due (ride), a un certo punto… Scherzo. Io scrivo le canzoni, quindi mi presento con chitarra acustica e voce. Poi tutto il suono, l’immaginario e buona parte dei testi anche su questo disco in realtà sono legati a ciò che viviamo nel furgone; siamo una famiglia da talmente tanto tempo che ormai ci passiamo i concetti.

Però ci sono delle canzoni che esulano spesso, che sento diverse e che pure gli altri sentono diverse. Alcune, tuttavia, mi piacevano molto e negli anni dicevo “Bisognerebbe fare una volta un lavoro”, perché con gli Zen Circus abbiamo quest’altra cifra stilistica, cioè la volontà di raccontare cosa significhi avere tra i venti e i trenta (e i quaranta, a breve) anni e vivere in Italia, oggi, nel 2013. Mentre a me interessava fare un disco sul passato, perché parlare dei ragazzi e di oggi adesso strapaga, poiché rende partecipi un sacco di persone giovani, però avevo proprio bisogno di fare un viaggio a ritroso nel tempo per capire cosa fosse successo prima.

Quindi volevo fare la storia dei miei genitori, che all’inizio sarebbe dovuta essere un libro, e poi è divenuta canzone. Ho preso i pezzi che avevo scritto con gli Zen e che magari erano troppo personali, ho aggiunto altre cose che avevo cominciato a pensare, pezzi di persone che non avevo conosciuto- nonni, nonne, storie che mi son state raccontate. E soprattutto cosa vuol dire aver fatto il ’68, e poi ritrovarsi ad avere figli e nel 2013.
Sentivo la necessità di intraprendere questo percorso da solo perché gli Zen sono come una maschera, sono quindici anni che suoniamo e ci proteggiamo a vicenda. Gli Zen arrivano prima delle nostre facce e ci teniamo a mantenere quell’immaginario perché abbiamo ancora molte cose da raccontare insieme (spero), e quindi ci piace vederci come dei Ramones, per cui un disco del genere sarebbe risultato troppo pesante; magari un giorno faremo un excursus così come il mio da solista, ma per ora no.

Inoltre avevamo bisogno di un anno di pausa perché era dal 2006 che facevamo 110 date all’anno, fai 100 l’anno in otto anni, sono circa ottocento concerti (ride), forse era meglio starsene un po’ a casa.

Eh già. Quindi questo bambino che compare, anche nei video, chi è?

Quasi sempre io, perché appunto si parla dei miei genitori e delle persone che avevano vent’anni nel ’68. Perciò è ovvio che per loro tu sei il bambino, niente di più. Si tratta di un’analisi, ma la mia speranza certo era anche che qualcuno ci si ritrovasse e si potesse avvicinare a quello che canto, benché sia più negli Zen che ricerco questo. Sono storie che mi andava di raccontare.

Nonostante tu parli dell’infanzia e dei tuoi genitori, hai dato come titolo all’album “Il Testamento” ed inizi proprio con il pezzo omonimo.
Esatto, è la canzone che comunque parla della famiglia in qualche modo, però è basata principalmente sul tema della scelta più che su Monicelli, perché a lui non avevo manco pensato quando l’ho scritta. M’è venuto in mente dopo, quando l’ho letta e riletta e mi son detto “Cazzo, questa sembra una canzone per Monicelli”.

Quello che finiscono per pensare tutti.
In realtà no, ero in furgone con gli Zen e ho voluto scrivere un brano sulla scelta; mi giravano i coglioni più o meno come tre quarti del tempo e pensavo a come si potesse parlare bene del suicidio. Il suicidio è una cosa orrenda, purtroppo in casa mia ho avuto a che vedere con questo: mio padre ha tentato il suicidio e io l’ho salvato. Però continuo a vederlo come una scelta, non solo egoista, ma anche un parallelo sul libero arbitrio, quasi come fosse una guerra contro Dio. Perché anche ne “La Festa Della Liberazione” quando dico “Ho paura di vederlo spuntare / sorride e dice “Appino, che cazzo fai?”” è palese, anche “Dio non esiste”… Io c’ho un rapporto con Dio, nonostante canti che non esiste e sia uno dei più grandi anticlericali di Livorno, che è grossa. Ciò non toglie che io senta quella presenza, che può essere la natura o Iddio.
[PAGEBREAK] Quindi la prendevo come una sorta di rivalsa, perché io ovviamente sono contrarissimo al suicidio e mi ero immaginato in chi potesse avere senso; poteva avere senso in una persona in età parecchio avanzata che aveva fatto grandi cose nella sua vita e che era felice e che non poteva più fare ciò che intendeva fare. Un senso di scelta forte.

Lo giustifichi in un determinato momento.
Sì, quando può essere sensato. Per il resto non è che lo trovi vile, perché è brutto da dire, ma non lo sostengo. Quando ero superfan dei Nirvana e Kurt Cobain s’uccise la mia ragazza dell’epoca si mise la fascia nera al braccio e io ero incazzato nero, ché non concepivo un atto simile. Avevo casini in famiglia, non c’avevo una lira, andavo a scuola e questo qua, che aveva fatto una bimba bellissima, un gruppo che sfondava… non capivo, non capivo proprio. Mio padre già allora iniziava a stare male, sicché io odiai fortissimo questo argomento, per me era codardia pura. Cazzo fai? Invece col tempo non è che sia diventato pro suicidio, ma capisco che è una scelta ed è libero arbitrio.
Ognuno di noi deve determinare la propria esistenza anche sopra quella che è la natura, secondo me, talmente credo nel libero arbitrio umano.

Continuiamo a parlare del tuo progetto, in particolare della band che s’è formata. Come hai incontrato i vari membri?
Con Il Teatro Degli Orrori ci si conosce da tempo, prima ancora che nascesse il loro gruppo, quando erano gli One Dimensional Man. Suonando da quindici anni è ovvio che ci si incontrasse milioni di volte. Con Giulio era una vita che si diceva di fare qualcosa insieme, ma lui aveva tremila progetti, io gli Zen; poi una volta ci siamo visti, gli ho detto che stavo facendo questa cosa mentre lui sarebbe stato fermo. M’è venuto proprio naturale. Siamo amici ormai, ci incontriamo e partono pacche, schiaffi, torte in faccia.

Perché alla fine suonando in giro così tanto gran parte della mia famiglia è composta da musicisti che li becchi, poi li ribecchi e li ribecchi e poi condividi con loro un certo modo di vivere, come un circo perenne che si sposta. Cose per cui ho perso alcune amicizie che avevo stanziarie a casa, guadagnandone di nuove, quindi quando ti metti a fare un disco a chi pensi subito? Ai tuoi amici musicisti.
Ho purtroppo la gran sfortuna… (ride) Scherzo, ho il gran culo di avere quelli lì come amici. Tutto è venuto in maniera naturale. Hai bisogno di violini? Chi chiami? Rodrigo, che ogni tre per due ci becchiamo.

Quindi lo stare nell’ambiente della tua etichetta, La Tempesta, ti ha aiutato molto?
Sì, ma non solo La Tempesta, in generale è il circolo del ritrovarsi sempre per qualche motivo.

Perché La Tempesta dà l’idea di una grande famiglia.

Sì, diciamo che ci siamo arrivati tutti un po’ per caso, non c’è niente di ordito dietro. Erano gli stessi gruppi che si esibivano e scrivevano negli stessi periodi, quindi a un certo punto ci si trovava a guardarsi nelle palle degli occhi e si diceva “Ma scusa, facciamolo insieme, che è meglio”.
Presente la teoria secondo cui ogni egoismo soddisfa l’egoismo degli altri? Magari. In questo caso ognuno di noi voleva fare le sue cose, ci siamo uniti, gli egoismi reciproci funzionano. E questo qui invece è un caso di comunismo, perché noi Zen siamo i comunisti de La Tempesta (risata generale).
Abbiamo addirittura la mail comunitaria, del tipo che se mandi una mail a me non è che la leggo solo io, la devono leggere tutti.
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Anche le mutande condividete?

No, però fino a non troppo tempo fa ho dormito molto più con loro che con le mie fidanzate, quindi comunque mutande, calzini… (ride)

Ora cosa prevedi in questa carriera da solista? Che continui, vedi già sviluppi?
Adesso c’è il tour estivo con la band, Giulio e Franz sono via con Il Teatro Degli Orrori giustamente e non ci sono. Poi volevo fare a novembre/dicembre dei concerti acustici, com’era nato il tutto, io ed Enzo con chitarra acustica e voce. Sto già registrando due pezzi del disco più due nuovi acustici, completamente, per fare un EP. E poi si vedrà.

Inoltre ci sono gli Zen, con cui appunto faremo uscire il disco nuovo a febbraio. A me in realtà mancano gli Zen, son due percorsi totalmente diversi.
Prima di tutto m’è garbato un casino fare questa cosa, specialmente la prima parte con Giulio e Franz, perché abbiamo avuto delle esperienze molto forti. Con gli Zen gli ultimi tre anni sono stati di fuoco, suonavamo da una vita e quindi per noi è stato assurdo, perché non avevamo fatto soltanto un disco e “Eeeeh!”, subito successo.

Come Lo Stato Sociale.

Ci siamo fatti un culo così e gli ultimi tre anni abbiamo visto il pubblico crescere, diminuire d’età e diventare tantissimo, quindi ogni concerto era una festa. Eravamo anche un po’ arrivati al karaoke, eh, nel senso che avevamo quelle venti canzoni e c’eravamo anche un po’ rotti i coglioni, fondamentalmente. Volevamo godere anche noi, non eravamo più riusciti a fare una prova. Il Teatro Degli Orrori uguale, è esploso mostruosamente, quindi questa roba qui ci è servita per cavare le penne, capire un altro progetto.

Cioè ritrovarsi lì e non siccome sei te, siccome fai quell’accordo di chitarra lì e quella canzone hai tecnicamente già finito di suonare. Invece ti devi portare di nuovo a casa la gente, con un progetto molto più difficile, perché comunque “Il Testamento” è un disco pesante, non è un disco facile. Quindi ovvio che la cosa più ganza per me è stata quella lì: rimettersi in discussione e capire che deh, non era detto ci fossero locali sold out, con la gente che urlava, ma tre o quattrocento persone che volevano stare lì a sentire che cazzo è questa roba nuova.

Fino in un posto sperduto come questo.
Sìsì, così.
Vi dico, nella prima parte ci cagavano addosso, cioè roba che con gli Zen e con Il Teatro Degli Orrori era molto meno presente, perché son quindici anni che hai quei progetti e i fan che hai lo sanno. Invece capisco che è stato molto istruttivo, m’ha insegnato a stare tranquillino, a reimparare a rilassarmi. Le aspettative sono un’inculata nella vita, secondo me. Grossa. Bisogna averne sempre il meno possibile.
Un po’ come tenersi una morsa sui coglioni, per un mese. Quando te la togli stai da dio. Molto meglio che se non ce l’avessi mai avuta. Vabbè.

Gli altri due membri degli Zen Circus cosa stanno facendo attualmente?
C’è Karim che ha fatto La Notte Dei Lunghi Coltelli, che è un progettino abbastanza violento in cui tira fuori il suo lato…

Omicida.
Ecco, e in più è diventato papà, quindi s’è occupato soprattutto del nostro nuovo nipote. Ufo invece fa il DJ, ma fondamentalmente è quello che ha fatto la cosa più intelligente di tutti: lui ha la casa in campagna con ulivi, campi e s’è messo a lavorare a fare i cazzi suoi. L’olio, cresce la frutta… Agro-punk.
Mette i dischi e aspetta che noi la smettiamo e si ricominci.

Poi è molto figo perché sprima c’era l’abitudine che se non vedevi gli Zen un mese li vedevi il successivo o quello dopo ancora, ovunque fossi in Italia, e vedo ora il fatto che la gente sia disabituata- non era pronta, insomma, a fare un anno senza di noi. Figo perché finalmente abbiamo fatto tutto con calma. Niente date, niente cose da spostare in fretta; ci siamo concentrati sui pezzi e abbiamo fatto uscire il disco. E infatti è una figata, sono contentissimo, penso veramente sia uno dei migliori dischi che abbiamo mai fatto. E questa era la cosa che volevo. Tanto e farla con calma.

Per concludere, come vi state trovando in questo Forest Summer Fest?

Anche se bisogna vedere come andrà stasera, come ci siamo trovati. Benissimo direi, tutta la cultura in Italia la fanno solo associazioni di ragazzi che nella loro provincia portano la cultura e la musica. Io non solo dovrei erigergli una statua, ma anche inchinarmi perché con gli Zen facciamo di solito 47 date in estate, di cui almeno 30 sono situazioni organizzate da ragazzi.

E alcune sono tra le migliori, perché per dire, uno Sherwood Festival, anni fa, ricordo com’era e vedo com’è diventato: è il miglior festival italiano, autorganizzato da una radio e da un centro sociale. Punto. non c’è paragone.
Il Primo Maggio a Roma sono andato a fare questa minchiata, sembrava l’avesse organizzato mio zio (risata), in confronto allo Sherwood.
Quindi la cultura in Italia sono i festival gratuiti. Sta anche poi alle band tenere i pezzi giusti per fare in modo che i festival possano andare avanti e avere una vita sensata.

Sono delle soddisfazioni immani quando vedi che nella tua zona arrivano nomi che ti piacciono. Quindi come mi trovo? Da dio, deh, è come casa mia.
Nel senso che mi sento proprio a mio agio come se fossi nella mia casa.

Lasciamo Andrea ricordandogli che, nel bene o nel male, lo incontreremo di nuovo in occasione del Filagosto (sperando non piova e che nessuno si fratturi le gambe).

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