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Appuntamento empirico con il… rumore

Interessante il programma di Ferrara Sotto Le Stelle di quest’anno, che propone esibizioni di band internazionali, nuove rivelazioni e portavoce italiani, spaziando fra i generi senza alcun vincolo.
Tappa fondamentale per gli appassionati dei movimenti d’avanguardia quella del 27 giugno, con il folle sperimentalismo dei Fantômas per il tour di supporto all’ultimo “Suspended Animation” pubblicato dalla Ipecac Records (etichetta fondata e diretta da Mike Patton) e lo stimolante noise-rock dei Sonic Youth, reduci meno recentemente da “Sonic Nurse”.
20€, prezzo ragionevole per queste due realtà, il tutto ambientato nella incantevole Piazza Castello, che perde punti in splendore dato che il sole non è ancora calato completamente.

FANTOMAS
Sono le 21 quando entrano in scena i Fantômas, capitanati dall’ingegno creatore di Mike Patton, indimenticato leader dei Faith No More, accompagnato per questo tour dal leggendario italo-americano Terry Bozzio (Steve Vai, Frank Zappa), a sostituire Dave Lombardo, impegnato altrove con gli Slayer. Inoltre ecco incombere sulla scena i noti Buzz Osbourne (Melvins) alla chitarra e Trevor Dunn (Mr. Bungle) al basso.
E sono esattamente questi brillanti musicisti coloro che ci guideranno in questo allucinante viaggio di (soli) 45 minuti fra grindcore, ambient, stacchetti horror e interludi di cartoni animati, hardcore, metal, elettronica, tutto ornato da stile rumorista, tocchi matematici e jazz.

Inutile se non intralciante etichettare questo progetto dell’inesauribile Mike, che appare divertito sul palco, e fra occhiate ipnotiche e scatti psicopatici, dirige gli altri musicisti, ondeggiando come se un innocuo movimento di spalla o un’appena accennata movenza della mano corrisponda ad un particolare tempo di batteria. C’è da chiedersi se sia un essere umano o meno: come fa a ricordarsi in modo fantasticamente preciso ogni maledetto cambio di tempo e a centrare in pieno il secondo in cui c’è da inserire un determinato loop o sketch fra i 200 che ha di fronte, fra suoni teatrali, rumori di fabbrica, effetti naturali e derivati vari della passione per il cinema che contamina il sound dei Fantômas? No, non è umano.

Ed è così che dietro ai suoi campionamenti e all’uso di oggetti non identificati, non trascura la sua maestosa e infinita voce, capace di urli atroci come di angelici sussurri, o ancora di versi animaleschi o di confortante voce fanciullesca, oppure di ipnotici falsetti che sfociano in grida sguaiate, per finire in cori liturgici.
Basso e chitarra con le loro note stravaganti si incastrano con tutto questo flusso sonoro, ma non si riesce a goderseli appieno, dato che l’abissale batteria circolare occupa la metà del palco. E non è un eufemismo. Quattro casse, per non parlare negli innumerevoli tom e piatti, rullanti sparsi, un gong a ridosso e cembali e aggeggini ignoti dovunque. E oltre ad essere diretto da Patton, notiamo che Bozzio dispone pure di intricati tabulati. Memorabili le sue sovrumane rullate, cambi di tempo scrupolosi e intagli di piatti, una padronanza eccellente di tutte le casse e inserimenti di ritmi tribali.

Purtroppo suonano ben poco i Fantômas e alle 21,45 il viaggio è finito, fra bocche ancora spalancate e facce incredule. I quattro non si sono sprecati in chiacchiere, ma il simpaticissimo e a metà italiano Mike prima di finire l’esibizione presenta Bozzio come il figlio di Rocco Siffredi e Buzz come l’incrocio fra Asia Argento e Pierino (non si è capito cosa abbia detto in riferimento a Trevor). La riproduzione è stata a dir poco perfetta, i brani hanno ripercorso all’incirca tutti gli episodi della loro carriera e i commenti del pubblico, ancora non numerosissimo, sono per lo più del tipo “Non ci ho capito nulla, ma deve essere stato indimenticabile”.
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La gente comincia ad accalcarsi sotto il palco, il caldo si fa insopportabile e l’attesa snervante. Mentre prima la sistemazione era più “vivibile” e tranquilla, ora diventa pressante, ma quando alle 22,30, dopo le estenuanti preparazioni e soundcheck, salgono sul palco gli attesi beniamini, di tutto questo affaticamento ci si è già dimenticati.

Ecco che appaiono tutti insieme Lee Ranaldo, Thurston Moore, Steve Shelley, Jim O’Rourke e infine Kim Gordon, imponente icona femminile, impassibile alle urla degli affiatati fan. Sulle scene da all’incirca vent’anni, capostipiti del noise, fra post punk, garage, psichedelica, i Sonic Youth sono una di quelle band delle quali in seduta live non si può che rimanere abbagliati.

Dopo una introduzione in linea con il loro stile, un gran susseguirsi di dissonanze e distorsioni con Ranaldo alla testiera, il loro set prende il via. E dal vasto repertorio dal quale hanno la possibilità di pescare (una ventina di album) scelgono abbastanza pezzi dell’ultimo “Sonic Nurse”, come ” Pattern Recognition “, “Unmade Bed “, “Stones”, “I Love You Golden Blue”, ma non ne tralasciano altri come ” The Empty Page” e “Rain On Tin” o ancora “Kool Thing”, alla quale Kim è molto partecipe, saltellando per tutto il palco, facendo giravolte e stendendosi in terra. Buona è la riproduzione di “Eric’s Trip”, dove Moore può suonare il Drifter, ovvero la sua chitarra con le corde da basso (pezzo che non suonavano da quando nel ’99 gli avevano rubato l’attrezzatura). Nonostante il ripescaggio vario dei brani, hanno escluso CD come il sensazionale “Dirty”.

Il pubblico è agitato e partecipe e non manca il pogo. Kim è impeccabile e seria, sempre in forma, e ci delizia con delicati movimenti, spesso flessa sulle ginocchia, e con rari ma sinceri sorrisi. L’affascinante Lee sorride sempre, è quello più a contatto con il pubblico, al punto di arrabbiarsi indignato con un bodyguard quando vede quest’ultimo spintonare violentemente un fan reduce da uno stage-diving. Moore è l’eterno giovane dalla voce adorabile, il più agitato del gruppo, mentre Steve è più riservato. Il batterista Jim per forza di cose meno partecipe allo show, offre una buona prova, con la sua batteria arricchita da ferri e piatti spezzati e maracas. Durante la performance si scambiano un paio di volte tra loro chitarre e basso, e il cambio dello strumento stesso avviene molto spesso, Ranaldo lo cambia persino per ogni pezzo.

Tutte le canzoni sono incastrate una dietro l’altra, accresciute con una ricca dose di loro amata improvvisazione e feedback, sia nel bel mezzo di una canzone che nel legare i pezzi stessi.
I metodi sono i più svariati, dall’utilizzo a intermittenza dei jack staccati al fare su è giù con la levetta del cambio dei pick-up ai classici pedali, dall’impiego di bacchette da batteria come slide fino agli slide stessi, ma quello che più entusiasma è Shelley che lega la chitarra con una specie di metro rigido e la frusta con quest’ultimo. I quattro fanno danzare i loro strumenti tenendoli sopra alla testa, oppure rivolti verso gli amplificatori, o ancora a contatto con il palcoscenico o trascinandoli per terra a mo’ di aspirapolvere. Jim invece si sbizzarrisce sulle ritmiche e sul finale fa cadere oggetti su rullante e tom, provocando ossessivi tonfi. Ed è proprio sulla conclusione che, dopo una breve uscita di scena, il combo, chiamato dai fan per i bis, dà il meglio di sé, producendo quel “rumore” di cui solo loro sono capaci. Fra i bis suonano “Teenage Riot”, nella quale Moore sbaglia l’attacco. C’è da dire che anno dopo anno i “numeri” sono sempre quelli, capaci comunque di affascinare per l’ennesima volta.
E fra distorsioni, riff, melodia e pochi discorsi siamo giunti alla cosiddetta fine.

Non lo si può definire un semplice concerto, ma più appropriatamente “esperienza” visionaria e follemente adorabile, non tanto da raccontare a parole, ma da vivere. Un’accoppiata geniale quella di stasera, e se i Fantômas la musica la distruggono e la ricompongono in un contesto oltre qualsiasi sonorità con un sottile contorno razionale, i Sonic Youth ci fanno letteralmente del sesso onirico.

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