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Aquile Randagie | Incontro con il cast

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Aquile Randagie” è l’opera prima del regista Gianni Aureli che ha esordito sul grande schermo al Giffoni Film Festival di quest’anno, e viene presentato oggi a Roma per l’uscita evento in tutta Italia, con duecento copie, dal 30 settembre al 2 ottobre, distribuito da Istituto Luce.

All’incontro con la stampa, oltre al regista Gianni Aureli e gli sceneggiatori Gaia Moretti e Massimo Bertocci, Fabrizio Coccetti, capo scout Agesci, incontriamo il nutrito e giovane cast d’interpreti alla prima esperienza cinematografica, fuoco centrale della storia narrata. Il film risulta infatti quasi un memoriale per ragazzi, che parla della potenza delle idee, della voglia di alzare la testa davanti all’asservimento e alla rinuncia, specialmente quando hai vent’anni e nessuna intenzione di sottostare al regime fascista.

Sia il regista che la sceneggiatrice provengono dal mondo scout, ma come mai è sorta l’esigenza di raccontare proprio questa storia?

Gianni Aureli: Perché è una storia bella, per la quale io stesso mi son sempre chiesto come mai a nessuno fosse ancora venuto in mente di farne un film. È vero che sia poco conosciuta, anche se ultimamente c’è stata una divulgazione maggiore, ma il mio desiderio è stato proprio quello di farla uscire dai confini del movimento scout. Così ho deciso di raccontarla.

Tra i vari argomenti emersi spicca in particolare quello del non rispondere all’odio con l’odio.

Massimo Bertocci: Sì, che in pratica si chiama perdono. La difficoltà era quella di non cadere nei luoghi comuni, ma raccontare come si potesse dire “no” a ciò che stava accadendo in Italia, come l’avessero fatto questi ragazzi in maniera tanto semplice. La metafora che conduce “Aquile Randagie” si trova nel percorso che il gerarca nazista (interpretato da Ralph Palka, n.d.r.) compie con don Giovanni Barbareschi (Alessandro Intini), l’idea cioè che a rispondere alla fine di tutto sia l’amore. Può esserci un luogo migliore, e non solo nelle condizioni che si creano, ma anche nell’anima.

Gianni Aureli: Il messaggio ha chiaramente una forte radice cristiana: amare il prossimo. Ma è nella stessa promessa scout il concetto dell’aiutare l’altro in qualsiasi circostanza. Ad ogni modo, al di là del credo di ognuno, si tratta di un discorso etico e umano. Anche se alcuni passaggi della storia li abbiamo romanzati, altri episodi son davvero accaduti, come quello in cui don Giovanni Barbareschi salva dal linciaggio il secondino di San Vittore che tante vite aveva sulla coscienza. Alla fine volevamo raccontare che si può fare, è possibile, e non è così assurdo essere umani.

Il concetto della legge della libertà, il fatto che non sia così vaga, ma che abbia un codice e una sua precisa disciplina, penso che sia molto bello da trasmettere ai giovani.

Gaia Moretti: La libertà è veramente partecipazione. Non esiste libertà fuori dall’adesione a qualche cosa. L’adesione alla legge è una scelta libera, e nel momento in cui diventa “aiutare gli altri in ogni circostanza” non può essere realizzato stando distaccati dal mondo.

Chi può essere oggi un’Aquila Randagia?

Alessandro Intini: La prima cosa che ho detto al Giffoni – e che voglio dire anche qui – è stata che non penso che questi ragazzi siano eroi. E credo che sia un passaggio fondamentale, perché sono sì nati in un’epoca differente dalla nostra, in condizioni che li hanno portati a far scelte coraggiose, ma definirli supereroi li rende lontani, cosa che non sono. Sono semplici, alcuni molto giovani, che hanno rischiato la vita ma, anche se oggi i ragazzi – come la società stessa – sembra si siano dimenticati che il futuro è loro e che possono essere molto meglio di quel che crediamo, ci sono le possibilità per avere lo stesso tipo di coraggio anche adesso. Sicuramente è tutto più complicato, ed è per questo che c’è l’esigenza di un film come “Aquile Randagie” che, senza mitizzare, racconta che in ognuno di noi c’è la potenzialità per fare quel che han compiuto quei giovani scout.

Massimo Bertocci: “Come agire nell’oggi?” è un quesito provocatorio, ma è la sintesi del messaggio del film. Quello che muove tutto è il coraggio delle idee che viene rappresentato da questo gruppo di ragazzi che cresce con il film e con il tempo. Perciò la loro sicurezza aumenta e le loro scelte si radicalizzano sempre di più. Tutta questa storia è la testimonianza che si può, se si ha coraggio si può. Grazie al cinema, strumento meraviglioso, l’abbiamo lasciata lì per tutti per sempre, ed è un omaggio a loro, un monito a noi e a chi verrà.

Gaia Moretti: Nonostante qualunque tipo d’imposizione, può essere fatta qualunque cosa si voglia… se tutto questo è avvenuto nel ’28.

Come mai il fascismo ha preso posizioni così dure nei confronti dello scoutismo, che sembra, tra l’altro essere piuttosto in crisi oggi?

Gianni Aureli: Il fascismo si è accanito su tutte le associazioni giovanili che rifiutavano di apporre le lettere O.N.B. (Opera Nazionale Balilla) sulle proprie insegne, quindi non se l’è presa solo con gli scout, purtroppo. E il movimento, piuttosto che rinnegare i propri precetti, decise di sciogliersi aspettando tempi migliori, ma chi non era d’accordo ha proseguito sottotraccia.

Fabrizio Coccetti: Lo scoutismo non è affatto in crisi, anzi, i numeri sono in leggero aumento nonostante il calo demografico. Abbiamo liste di attesa. Proprio in un momento storico in cui i social media la fanno da padrone e i modi per comunicare rischiano di essere molto meno autentici, c’è maggior richiesta di esperienze forti e relazioni vere, che è l’aspetto principale della nostra associazione.

In questo film c’è la Chiesa di frontiera e quella d’istituzione. Possiamo dire che entrambe lavorassero nella stessa direzione, nonostante ci fosse stata l’accusa di aver scelto il silenzio?
Gianni Aureli: C’era chi aveva il coraggio, i mezzi, la possibilità e la voglia di essere sul campo facendo da pedone, come don Bigatti e don Giussani, oltre che i nostri protagonisti don Giovanni e don Andrea. Dall’altra parte c’era chi lavorava comunque, anche senza fare troppo clamore. Paolo VI, quando era ancora monsignor Montini, salvò circa quattromila persone, e lo stesso cardinal Schuster avrebbe personalmente provveduto alla rimozione dei corpi fucilati in città per dargli degna sepoltura, se non fosse intervenuto don Giovanni Barbareschi. C’è una delle due Chiese che può permettersi di esporsi di più, ma entrambe certo lavorano nella stessa direzione.

“Per essere fedeli bisogna essere ribelli” e “Non sarò un buon fascista perché sono un cattivo ragazzo”. Sono frasi realmente pronunciate dalle Aquile Randagie?
Gaia Moretti: Sì, Giulio Cesare Uccellini le pronunciò quasi letteralmente. “Fedeli e ribelli” è uno dei motti delle Aquile Randagie e “Ribelli per amore” è il titolo di un libro in cui c’è anche un intervento di don Giovanni Barbareschi che racconta dei sacerdoti che non si sono piegati ai sistemi regnanti per amore del prossimo, appunto. Noi, comunque, ci siamo fatti supportare da “Ente e Fondazione Baden” che conserva tutta la documentazione esistente delle Aquile Randagie, e la revisione della sceneggiatura è stata fatta da Mario Sica, storico dello scautismo, che ci ha indicato tutti gli aspetti per poter essere più credibili possibile.

Com’è stato il vostro lavoro nell’incarnare personaggi dalle personalità così forti?

Ralph Palka: Il mio personaggio non è storicamente esistito, ma rappresenta tutti i nazisti che hanno abusato del loro potere opprimendo il popolo. Ho accettato il ruolo perché ho trovato giusto raccontare questa storia, e l’atmosfera scout che si respirava sul set era veramente bella.

Teo Guarini: Questo era il mio primo ruolo da protagonista al cinema. Sono stato contento di aver dovuto studiare la storia del mio personaggio e di aver quindi instaurato un rapporto con lui. Aveva una personalità che ai tempi sarà sembrata veramente eccentrica ma che però l’ha senz’altro aiutato a farsi avanti nelle scelte forti che ha dovuto affrontare.

Marco Pratesi: Purtroppo di Gaetano Fracassi non si hanno molte informazioni, quindi per preparare il mio personaggio mi sono rifatto alle Aquile Randagie in assoluto, alla loro forza di volontà e all’amore che hanno messo in tutto quello che facevano, al modo in cui ci hanno creduto fino fondo.

Anna Malvaso: Elena è uno dei pochi personaggi che non è realmente esistito. Ho sperato da subito di poterla interpretare perché oggi per noi attrici è molto difficile ricevere ruoli di questo genere. La maggior parte dei lavori che si fanno sono molto diversi da questo. Un personaggio con tanto spessore mi auguro di poterlo rifare prima o poi, e mi sento già tanto fortunata così. Ed è stato bello creare la “mia” Elena, costruendo e immaginando una sua storia.

Alessandro Intini: Rispetto agli altri avevo tantissime fonti a cui ispirarmi, ma non volevo fare di don Giovanni Barbareschi un’imitazione, bensì coglierne l’essenza. È stato un uomo dalle mille sfaccettature, ben lontano dal tipo di sacerdote tradizionale. Oggi come oggi riuscire a calarsi nel ruolo di qualcuno così importante non succede tutti i giorni. E il lavoro sul set ha contribuito al raggiungimento della sostanza del progetto di tutti.

Romeo Tofani: In quanto scout il mio problema è stato capire che non si trattava di eroi e, anzi, destrutturare persone che adoravo. E comprendere che, alla fine, i fatti non erano dorati, ma alla portata di tutti.
Marc Fiorini: Quando mi avete proposto di interpretare Baden mi sono messo a ridere, perché a dodici anni sono stato cacciato dagli scout!

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