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  • Arcade Fire: Funeral

    Arcade Fire

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Una specie di miracolo, o giù di lì. Che può anche non essere gradito, perché la lucidità di vestire introspezione, passione, melanconia – la morte – con la familiarità di una festa di paese, il brio della primavera, la gioia di un coro – la vita – non è certo una strada per tutti. Gli Arcade Fire riescono a scrivere “Funeral” e farlo leggere Birth. Riescono a passare per il dolore e raccontarcelo col tintinnio dello xilofono. Riescono a metterci in difficoltà, per quanto aprono la loro intimità e per quanto la affrontano con serena consapevolezza. Non è facile accettarlo, “Funeral” è un valore assoluto che si può non riuscire ad abbracciare (o non volere, strenuamente/inconsapevolmente), ma di fronte al quale non si può non rimanere onestamente scossi e turbati, a fronte della perdita di quella schiera di ancore di salvataggio, di lacrime preconfezionate e di cul de sac dove e dolce cullare il proprio io. “Funeral” sono le rughe sul volto del vecchio, col berretto sugli occhi, che siede in un angolo della piazza di paese nella quale i giovani si scambiano i primi convenevoli della primavera che sta cominciando a scaldarli.

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