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L’inizio della fine

Per una volta, cominciamo dalla fine: “Anthems Of Rebellion” si rivela un lavoro esteticamente curato, ma piuttosto povero nel profondo del suo concetto.
Non c’è bisogno di ricordare che si sta parlando di una band geniale, una delle poche che, al di sopra della reinterpretazione dei classici stilemi, negli ultimi anni ha saputo dare qualcosa di proprio, senza dover mescolare generi o influenze, ma donando alla propria musica una personalità, in particolare nell’album del lancio definitivo, dal titolo “Burning Bridges”.
A seguito di questo passo decisivo, non si può di certo accusare gli Arch Enemy di essersi accontentati dell’obiettivo raggiunto o di non aver messo in gioco se stessi, tanto che il successivo episodio, se pur maggiormente convenzionale, ha rischiato tutto con l’ingresso al microfono di una cantante donna, che mai si sarebbe potuta supporre dotata di tale voce demoniaca.
Ciò che capita al terzo capitolo da superstar dell’heavy metal è una caduta. Per il momento soltanto in ginocchio, ma pur sempre un episodio poco convincente. Si può partire dal microscopico o dal macroscopico per descrivere la dinamica dello scivolone; si possono osservare le smanie di cambiamento, che portano a introdurre sample elettronici o voci pulite secondo gli insegnamenti dei Soilwork, evidentemente imprescindibile fenomeno guida della scena svedese; si possono citare i precisi riferimenti a lumi ben più illustri, quali i Death di “Silent Wars” o “Exist To Exit”. Tornando al macroscopico non si può non rimpiagere la schizofrenia, ormai sempre più controllata, delle chitarre gemelle Amott, ridotte al clone di un qualsiasi altro gruppo thrash/death di buon livello; non si può quindi non constatare come la bella Angela sembri avere delle crisi di identità, immedesimandosi ora nel cantante dei Carcass, ora in quello dei Death. Che qualcuno la informi che questi due troni sono ormai inesistenti, please.
Infine non si comprende l’utilità di brevi tracce strumentali quali l’intro o le altre sparse per il disco: che fine hanno fatto le classiche otto tracce di sangue e sudore consacrate al dio del rock’n’roll? Se ne sono andate, probabilmente per sempre, in nome della commercializzazione di una musica (bravo Andy Sneap, un nome una garanzia a questo scopo) che ora può essere definita, e con chiarezza, contrariamente a quanto impediva la trasversale mutevolezza del passato prossimo musicale di casa Amott.
Forse è questo che interessa anche al gruppo e non solo alla pigrizia giornalisti. Oppure è giunto il momento di un po’ di stabilità, dimostrando agli altri la propria superiorità con le loro medesime, prestabilite, armi.

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