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  • Arch Enemy: Burning Bridges

    Arch Enemy

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Rock and roll!

Con l’ingresso di Sharlee d’Angelo (basso) in formazione la lineup degli Arch Enemy diventa davvero stellare e “Burning Bridges” non si fa certo pregare per dimostrarlo, lanciando definitivamente la band dei fratelli Amott nelle prime posizioni della moderna scena estrema mondiale. Questa volta, però, la tecnica e la brutalità sfoggiate in passato pagano maggiormente dazio alla melodia e ad una certa attitudine rock, da sempre presenti, quanto meno nelle intenzioni dei Nostri. Le canzoni più accese (“The Immortal” et al.) si reggono su ritmiche thrashy che trovano pace nel groove delle chitarre, sempre pronte a creare spazi più melodici e introspettivi con i propri assoli. D’altra parte, anche l’intera “Silverwing” dimostra che, oltre all’impatto frontale, gli Arch Enemy sono sempre più attenti ad adottare soluzioni accattivanti, così come non smettono mai di divertirsi con i propri strumenti: evoluzioni e cambi di tempo parlano chiaro. L’unico elemento davvero serioso sembra il singer Johan Liiva, diabolico nella sua interpretazione di “Demonic Science” (strano, eh?) e comunque costantemente aggressivo fino allo stremo. Insomma, niente cantato pulito da traditori della scena estrema. Pur se le melodiche chitarre à la In Flames di “Angelclaw” o l’arpeggio à la Iced Earth di “Seed Of Hate” o, ancora, il candezatissimo e trascinato finale della title track remano chiaramente in questa ottica dal punto di vista del defender oltranzista. Da un qualsiasi altro, invece, si osserva ad un album vario, ben ideato e perfettamente suonato, mai ripetitivo e sempre divertente: insomma, uno di quelli di cui ci si stanca difficilmente e che saranno ricordati come masterpiece di una band sull’orlo di una crisi di irrefrenabile e tranquillizzante pazzia.

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