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  • Arch Enemy: Doomsday Machine

    Arch Enemy

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Non fatevi più vedere, non chiamate e non scrivete

Verrebbe quasi da ridergli (o piangergli?) in faccia, a Michael Amott, per il grottesco teatrino che ha allestito per finanziare la propria convivenza di miele con la divina Angela Gossow, icona del tracollo di uno dei fenomeni che più degli altri aveva saputo iniettare nel metal estremo corpose dosi di accessibilità, unite ad un genio di fondo in grado di giustificare pienamente questa apertura, in bella mostra nella sua forma più accattivante nei groove di “Burning Bridges”. Le undici tracce di “Doomsday Machine” non sono altro che ridicole marionette che gettano fango sugli stessi venerabili nomi coinvolti nel progetto, trasformatosi ormai in squallido intrattenimento per metallari della prima ora, devoti del nomen omen e distratti di passaggio. Una produzione potente più di quello che basta, quattro riff & assoli pescati a caso dal proprio passato, altri quattro modellati su alcuni dei più riusciti della scena metal più o meno estrema e il gioco è fatto, mancano solo testi e aspetto da true defender per finire di circuire le proprie vittime. “One for all, all for one, we are strong, we are one”: ma ci credete davvero? Noi non crediamo alle nostre orecchie. In entrambi i casi il nostro consiglio è quello di fuggire e nascondervi più velocemente possibile. Speriamo di non rivedervi mai più.

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