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Anche le donne spaccano il culo

Lesa maestà!
Non ci sono altri termini per descrivere la sorte toccata a “Wages Of Sin”, quarto disco degli Arch Enemy uscito nel 2001 soltanto in Giappone. Come si diceva già in precedenza, il successo della band degli Amott nella terra del Sol Levante è sempre stato notevole, tanto che lo stesso live album del 1999 è stato inciso in Giappone, mentre le solite insondabili ragioni di mercato hanno fatto slittare l’uscita di questo disco nel resto del mondo di addirittura un anno, con il sempre temuto rischio di dover ricorrere alla costosissima importazione a mandorla. Finalmente, dopo lunghi mesi di attesa e assaggi clandestini, anche noi abbiamo potuto godere della caratura del nuovo angelo sceso dietro il microfono degli Arch Enemy. O meglio Angela (Gossow), dato che di una conturbante creatura femminea si sta parlando quando ci si riferisce alla sostituzione del defezionario Johan Liiva. Sorpresa e scetticismo sono spazzati via da “Burning Angel” (entrambe le parole sono ormai temi che perseguitano la band), la prima traccia in cui la fanciulla si trova a dover ruggire. Perché in altro modo non si può descrivere l’aggressivo cantanto, totalmente inappropriato alla bionda figura e addirittura dal retrogusto più malvagio del predecessore.
Certo è che la ragazza non viene lasciata sola: i quattro compagni d’opera si danno da fare anch’essi per risultare più aggressivi che mai, rendendo ancora più esplosivo il mix di tecnica, brutalità e melodia che li ha resi ormai più che noti. Più pesante e compatto del precedente “Burning Bridges”, “Wages Of Sin” è un vero e proprio colpo al petto, di quelli che stendono per i fatali 10 secondi, di quelli che danno l’illusione di aver mollato la presa e invece riprendono più potenti che mai. Ecco perché dopo lo stacco melodico di “Heart Of Darkness” arriva “Ravenous”, la quale permette ancora una volta di apprezzare al meglio le calde, pazze, progressive, aggressive chitarre dei fratelli Amott, ormai trademark inconfondibile del gruppo; mentre la versione video, proposta in qualità di bonus, non può che sottolineare ancora una volta la sorpresa nel veder esplodere tali growl dalla gola della protagonista. Questo contrasto può ben essere assimilato a quello, più forte che mai, tra ritmiche marziali e riff impazziti da una parte, e stacchi, ma soprattutto assoli, melodici dall’altra.
La sintesi dei due opposti sembra non tradire nessuno, nemmeno i fan del maggiormente rockeggiante “Burning Bridges”, accontentati da “Web Of Lies”, spaziando dal bombastic thrash al verminous death e proponendo “Wages Of Sin” come una delle migliori uscite dell’anno.
Di quale anno? Ecco, è solo questo il problema!

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