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  • Arcturus: La Masquerade Infernale

    Arcturus

    Data di uscita: 09-10-2004

    Loudvision:
    Lettori:

L’opera, il genio, l’antico e l’incubo

Ciò che questo disco sembra, in realtà non è; ciò che è, comunque non può essere compreso fino in fondo, poiché la sua ricchezza è stemperata sul piano dell’ambiguità letteraria. Lo spirito che giace nella profondità di questo è una sete Faustiana di “conoscenza” musicale, tensione che non ha limite; “Aspera Hiem Symphonia” non ha, se non sottilmente, lasciato strascichi su questo album, dimostrando che una fase degli Arcturus era stata approfondita in pieno e una nuova stava cominciando. Un’atmosfera alla Poe, malefico-carnevalesca, e la volontà di ricerca nell’avantgarde musicale odierno portano alla scoperta di intensità e valore di altissimo, a volte inarrivabile, livello. L’unica cosa familiare è la singola chitarra elettrica, nervosa, ricamante, quasi jazzata, al di sopra e al di sotto della quale si apriranno frequenze della più varia, mistica e cupa poesia in musica. Al già versatile gruppo di musicisti si uniscono Simen Hestnaes, più altri strumentisti che vanno a completare la tavolozza musicale con un vero set da orchestra da camera con archi, cornetta, e flauti.
“Master of Disguise” si apre con tastiere inquietanti, che imitano l’aprirsi del sipario di un masque, per poi trasformarsi in narrazione tramite una voce recitante grottesca da teatro dell’assurdo, sorretta da pianoforte con riverbero molto dinamico, quasi luna(r)tico; accelerazioni improvvise sono poi offerte dalla batteria di Hellhammer, tanto versatile quanto potente se necessario. C’è da encomiare un batterista dalla vena normalmente estrema (vedi nei Thorns) che con disinvoltura passa, in questo album, a prestazioni da batterista jazz, ricamando, impreziosendo, “lavorando sotto” il tappeto musicale. Da notare nel brano anche ciò che di buono farà sempre in questo disco Simen Hestnaes, ovvero l’uso più notevole della sua voce “lirica”, che raggiunge comodamente toni alti, vibranti, incerti ma sempre armonici. “Ad Astra” fa capire quanto synth, piano, ed altri strumenti siano in questo disco i padroni della partitura musicale, non già semplici accompagnamenti; la canzone sarebbe sintetizzabile in un crescendo progressivo di violini con batteria, alternato a momenti sincopati, in cui la drammaticità è esaltata da assoli chitarristici sottili, fluttuanti. Ma le variazioni su cui è sorretta fanno capire che la linearità, in questo disco, è un concetto tutto da dimostrare: da semplici duetti piano/cornetta si arriva a ripartenze con inserti jungle-elettronica sperimentale. [PAGEBREAK] “The Chaospath” spacca il limite aspirazione/efficacia: se nelle precedenti il lirismo era maggiore del sentimento, le lead vocals di Simen Hestnaes (che per questa canzone prende le veci di Trickster G.) lasciano letteralmente commossi, sfiorando tonalità irripetibili di recitato e passando attraverso toni da brivido. “La masquerade infernale” è un intermezzo capace di prendersi gioco di quanto fatto precedentemente, immergendo l’ascoltatore in una nebbia da caffè bohemien di metà secolo XIX sotto un cielo Lovecraftiano. “Alone” gioca con la perfezione alterandola in specchi deformati, una dimensione pura dell’onirico: dove misura dovrebbe essere, chitarra distorta e batteria introducono fughe veloci e imponenti; laddove si dovrebbe aprire un’ordinata orchestrazione la drammaticità si gonfia di maniera, e mentre la chitarra dà la direzione al tutto con scelte psichedeliche, i violini stravolgono le basi su cui si regge la parte ritmica. Più intimisticamente poi, il pianoforte ricama la follia della voce che racconta il tormento di un’anima misantropa visionaria; ancora più debordante, e centrifugo di tensione critica, il finale.
Da una poesia di Edgar Allan Poe parte la commovente “The throne of tragedy”, terz’ultima traccia, primogenita della triade di canzoni che più di ogni altra in questo disco definisce l’avantgarde secondo gli Arcturus. Clavicembali notturni, riecheggianti come nello spettro sonoro di un incubo, sono attraversati da una voce distorta “noise” in stile “Fantomas”; si apre il sipario di una scena epica-manieristica, in stile prog e teatrale con tastiere e violini in evidenza. L’anima letteraria trasuda non solo dai testi, ma dall’introspezione psicologica della musica che segue perfettamente il “mood” della narrazione, con la voce di G. dilatata all’inverosimile. Il dialogo tra chitarre noise e violini si fa più dinamico per poi tornare al ritmo cadenzato delle strofe; esse si aprono volentieri ad indugi chitarristici, i quali naufragano tra i fiati e il ricomparire della voce strisciante dell’introduzione. Il tutto non finisce qui: c’è ancora il tempo di accorgersi di cosa è capace, con i cimbali e i piatti, Hellhammer, e di ripetere il ritornello incantato. Un basso ritmato ci porta all’immeditato climax di “Painting my horror”, subito percepibile come un delirio lirico ben più spinto della precedente, alternato a momenti di vero teatro del grottesco: Trickster comincia a declamare versi in recitativo, delirante, accompagnato dagli archi, che assorbono spazio passando in primo piano; ancora teatrale e notturna, l’orchestra riconsegna la preminenza al sempre più declamante Trickster che dà un nuovo via alle danze con un’overture clownesca. Sotto le cadenze oniriche dello xilophono, Garm e Simen Hestnaes duettano portando al limite, l’uno al contrario dell’altro, il divario comico-beffardo e alto-tragico. Conclude “Of nails and sinners”, con vena soft-neoclassica, poi ancora teatrale con inserti di organo e una vaga atmosfera di grandeur progressive nel ritornello. Nel sentire i cori dissonanti vengono i brividi, unica eco dal disco precedente.
Sono rimasto attonito davanti a questa band profondamente inserita nei contesti della musica più stupefacenti: classica tinta di deformazioni gotiche, black sfumato nel jazz, trip hop, elettronica, sperimentale, avantgarde, synthpop, a volte pennellato di jungle, toccato dal teatro del grottesco-cabarettistico. Avvicinatevi con cautela all’ecletticità di questo capolavoro, prendetevi il tempo di ascoltarlo, e capirete perché gli Arcturus sono una delle band più importanti dell’ultima decade.

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