Home > Report Live > Are we gonna go his way?

Are we gonna go his way?

Il “Black And White America Tour” di Lenny Kravitz tocca l’Italia per due date ampiamente attese dai numerosi fan del musicista newyorkese. Dopo la tappa trevigiana è la volta di Milano, nello specifico il Filaforum di Assago ad essere preso d’assalto da Lenny e dal suo eterogeneo seguito. Salta infatti subito all’occhio come il buon Kravitz riesca ad unire sotto la stessa bandiera molti rocker, pubblico mainstream, e semplici curiosi.

Dopo l’esibizione di Raphael Saddiq e della sua soul band, i roadies sistemano gli ultimi dettagli dietro al grande telone che copre la visuale dello stage. Sono le 21.20 quando sull’incedere tribale dell’intro le luci si spengono e la frenesia del pubblico si fa palpabile.
Lo stage si illumina sul riffone funky rock di “Come On Get It” rivelando il design appuntito scelto per questo tour e Lenny fa capolino da dietro il sistema di amplificazione ricevendo una grande ovazione di benvenuto.
Lo show entra subito nel vivo con l’esecuzione del superclassico “Always On The Run” e Craig Ross fa come al solito bella mostra di sé sciorinando i solo dei vari brani ed interagendo con padron Kravitz, forte evidentemente di un inossidabile rapporto umano e professionale esistente da sempre tra i due.

Dopo “American Woman” il singer interagisce con le prime file commentando con piacere uno striscione ma senza perdere mai la sua attitudine cool. Il concerto sembra un vero e proprio greatest hits, in quanto ogni brano eseguito è in realtà un singolone di successo. Gli avvincenti giochi di luce lasciano quindi spazio al videoclip di “Black And White America” durante l’esecuzione del brano medesimo e tutti hanno pertanto modo di vedere scorrere sugli schermi rare foto di Lenny appena nato, bimbo ed adolescente, dei suoi genitori e della storia della sua famiglia. Ovvio anche dal titolo della title track del CD promosso dal corrente tour, il messaggio pro-amore senza barriere culturali e/o razziali.
[PAGEBREAK]

Ma è tempo di tornare a pescare nel passato della discografia kravitziana con “Fields Of Joy” e con una ispiratissima versione di “Stand By My Woman”. Tale sensuale brano è stato ulteriormente arricchito ed abbellito da una jam ricca di soul da brivido della band, patrocinata dalla sezione fiati. Come non aprire una dovuta parentesi di merito ad uno stuolo di musicisti così dotati? I professionisti di cui Kravitz ha la possibilità di circondarsi sono una parte fondamentale dello show.

Oltre al già citato Ross è d’obbligo citare la talentuosa e misteriosa bassista Gail Ann Dorsey, il possente drummer Franklin Vanderbilt, lo schivo ed un po’ in disparte tastierista George Laks e dulcis in fundo una energica e frizzante sezione fiati composta da Harold Todd, Gabrial McNair e dal parigino Ludovic Louis alla tromba. Proprio questi ultimi hanno saputo focalizzare in alcuni momenti dello spettacolo l’attenzione del pubblico più musicale, fornendo presenza scenica di grande intrattenimento e performance di indubbia sostanza.

I brani più easy e rock n’ roll del repertorio del musicista americano si susseguono senza sosta e le arcinote “Fly Away” e “Are You Gonna Go My Way?” mettono fine alla tracklist ufficiale della serata.
Come è logico nessuno ha intenzione di accontentarsi qui, per cui ecco dopo qualche minuto di pausa rientrare il ciondolante Lenny seguito a ruota dal fedele Craig armato di sola chitarra acustica. A bordo palco i due eseguono una acclamata versione unplugged di “I Belong To You” seguita da “Push” brano tratto dal nuovo album. Entrambi i brani vengono impreziositi da interventi appassionati del sax di Harold Todd creando un’atmosfera da brivido.

[PAGEBREAK]

Alla fine di questa breve parentesi intimista il singer presenta la sua grande band e saluta in anticipo il pubblico milanese annunciando l’ultimo brano. È ovviamente il momento di quella “Let Love Rule” che nel lontano 1989 diede il titolo al primo album dell’ex Romeo Blue.
Come consuetudine la canzone viene allungata a dismisura in modo da far cantare il ritornello ad interim a tutti i presenti. Lo stesso Lenny viene scortato in mezzo al pubblico per una buona metà della venue per un bagno di folla continuando ad intonare il vocalizzo centrale del manifesto della sua discografia primordiale.

Dopo quasi due ore esatte di show arriva il momento dei saluti, questa volta per davvero, con i consueti lanci di plettri e bacchette ed inchino di rito. Kravitz ha divertito, non ha tralasciato nessuno dei brani che più lo hanno reso celebre, non ha deluso le aspettative di chi voleva un grande show ed ha recitato alla perfezione il suo ruolo di sex symbol che da sempre aggrada le platee ed i rotocalchi.
Diciamocelo, Lenny Kravitz si vuole molto bene, molte sue scelte di immagine ricordano vagamente l’ostentato edonismo di Prince, tradendo proprio come per il musicista di Minneapolis un ego costantemente affamato, ma che si perdona volentieri in virtù sia della quallità effettiva proposta album dopo album e sia in quanto inscindibile dal carisma del personaggio stesso.

Il fatto che a 47 anni suonati le sue movenze da eterno dazed and confused facciano venire ancora crisi isteriche di duraniana memoria a tutte le ragazze presenti in sala, certamente gioca a suo favore nel coltivare un immagine da sciupafemmine navigato che ad onor del vero ancora gli dona come due decadi fa.
Ma ciò che appunto importa è il fatto che tale amore per l'(auto)immagine sia e continui ad essere, come stasera, abbinata ad una solida identità musicale ed artistica. So we can all go his way!

Intro
Come On Get It
Always on the Run
American Woman
It Ain’t Over ‘Til It’s Over
Mr. Cab Driver
Black And White America
Fields of Joy
Stand By My Woman
Believe
Stand
Rock Star City Life
Where Are We Runnin’
Rock And Roll Is Dead
Fly Away
Are You Gonna Go My Way

BIS:
I Belong to You
Push
Let Love Rule

Scroll To Top