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Area: Il ritorno degli Area

Se non li conoscete vuol dire che vi manca un buon pezzo di musica indipendente italiana degli anni ’70.
Nel 1973 pubblicano il primo album “Arbeit Macht Frei” portando al pubblico il loro sound complesso ed intelligente. Una fusione tra prog, jazz, musica tradizionale ed elettronica, arricchita da testi impegnati e schierati.
Dopo più di trent’anni, diversi cambi di formazione e la scomparsa di alcuni musicisti, primo fra tutti il grande cantante Demetrio Stratos, gli Area sono tornati in tour.
La formazione attuale è composta dal chitarrista Paolo Tofani, il bassista Ares Tavolazzi e il tastierista Patrizio Fariselli, supportati dalla batteria di Walter Paoli.
In occasione della data milanese del Reunion Tour abbiamo incontrato ed intervistato Patrizio Fariselli.

Ciao Patrizio. Ci racconti com’è andato il Reunion Tour?
Il tour è andato benissimo, anche se purtroppo è già finito. Abbiamo fatto poche date rispetto ai tour che facevamo negli anni ’70, ma devo dire che è andato bene, oltre ogni rosea previsione.
Ci è dispiaciuto molto non poter andare in Giappone. Avevamo in programma due date in primavera, ma ovviamente non abbiamo potuto farle.

Che riscontro avete all’estero? Molti si ricordano ancora di voi.
Certamente. Abbiamo avuto sempre numerosi fan all’estero. L’anno scorso abbiamo fatto un paio di date a New York dove siamo stati accolti molto bene. Ognuno di noi ha avuto modo di suonare all’estero, sia per motivi di studio sia con i propri progetti solisti.

Come vi è venuta in mente l’idea di questa reunion?
Questa reunion è divertente perché è nata in modo del tutto imprevisto durante un incontro fugace (ride, ndr). Ci siamo trovati a Siena due anni fa per un concerto in memoria di Demetrio Stratos e durante quelle jam session è rinato in noi il piacere di fare musica insieme. Certamente ognuno di noi continua ad avere i propri progetti musicali, al di là degli Area ma è stato molto bello ritrovarci a suonare insieme.

Sappiamo che tutti voi siete impegnati con diversi progetti paralleli.
In questa reunion abbiamo messo tutto quello che abbiamo conosciuto e sperimentato musicalmente in questi anni. Abbiamo maturato singolarmente diverse visioni della musica e della vita e questo ha reso molto stimolante il nostro “nuovo” incontro.
Nessuno di noi sapeva cosa sarebbe scaturito da questo dialogo tra le nostre differenti sensibilità e questa dose d’incertezza ha reso il tutto ancora più interessante.

Nel tuo peregrinare nel mondo della musica c’è qualche genere o sonorità alla quale sei più legato e che hai portato all’interno del progetto Area?
Penso sia difficile da definire. Noi siamo sempre stati degli improvvisatori; l’improvvisazione è l’elemento fondamentale del nostro modo di suonare quindi è più corretto parlare di “sensibilità”.
A noi piace usare qualsiasi genere, sonorità o stile per creare la nostra idea musicale.
[PAGEBREAK] L’improvvisazione è una tecnica che rappresenta un livello molto alto per un musicista. Non se ne sente molta nella musica d’oggi. Che ne pensi?
Hai ragione. L’improvvisazione richiede una maggiore attenzione da parte dell’ascoltatore e si deve creare una sorta di risonanza tra il pubblico e l’artista sul palco. Chi si appresta a seguire un musicista improvvisatore deve fare uno sforzo in più, deve aprire dei “canali” che normalmente non sono aperti. Questa è una cosa che non tutti fanno anche perché non c’è un’educazione all’ascolto e al vivere la musica in questi termini.

Una piccola provocazione. Negli anni ’70 vi sareste mai immaginati che un giorno, Mauro Pagani, vi avrebbe aiutato in una reunion?
Sei una vipera! (ride, ndr) Ti dirò solo questo: è bello, tra amici e colleghi, punzecchiarsi a vicenda e l’abbiamo sempre fatto con grande piacere. Non avrai da me altra affermazione in proposito.

Torniamo alle domande serie. La vostra band è sempre stata sensibile alle tematiche sociali e nei testi si evince chiaramente la vostra posizione ideologica. Cosa puoi dirci circa la situazione politica odierna? Puoi farci un confronto con la situazione degli anni ’70?
Ovviamente sono cambiati i tempi, ma la nostra sensibilità nei confronti di molti temi sociali è invariata. Sono cambiate però certe scelte di comunicazione. Se un tempo usavamo di più la parola e ci affidavamo ai testi e ai comunicati, ora non lo facciamo più. Rimane il piacere di dire quello che si pensa apertamente e la consapevolezza che un senso politico del lavoro è la qualità del tuo lavoro. Il messaggio politico sta nella qualità della nostra musica, in quello che diciamo e in quello che siamo. Non abbiamo la presunzione di insegnare agli altri come si vive, ognuno recepisce ciò che vuole recepire.
Negli anni ’70 c’era una forte tendenza da parte del pubblico ad aggregarsi per condividere certi momenti, certe idee, e spesso la musica faceva da pretesto per questo tipo d’aggregazione.
Oggi non è più così, sono tempi bui, ma mi sembra che qualcosa si stia muovendo. In alcuni posti più che in altri, ad esempio a Torino, a Roma o in Sardegna. Non tanto a Milano.

Invece nel mercato musicale cosa pensi sia cambiato?
Noi non abbiamo mai fatto parte del mercato musicale, in senso stretto. Abbiamo fatto dischi e li abbiamo venduti, come tutti, ma direi più a livello di artigianato spiccio.
Dietro il mercato c’è una logica e quasi ossessiva ricerca dei consensi, gli Area hanno sempre lavorato per fare cose interessanti, al di là del consenso che avrebbero ottenuto.

Negli artisti che incontrate oggi c’è ancora l’inquietudine ed il fermento degli anni ’70?
Si. Noi collaboriamo ed incontriamo ancora molti spiriti inquieti. Penso che ci sia molto fermento ma non nel mondo del pop e nel segmento di mercato dove si cercano i grandi numeri.
Un tempo non era così. Tra gli anni ’60 e i primi anni’70, gli artisti erano più avanti del mercato, anche se non potevano ignorarlo perché ne avevano bisogno. Poi il mercato li ha raggiunti e superati, ecco perché è difficile avere un altro Jimi Hendrix oggi, oltre che per il talento ovviamente (ride, ndr).

Questa è la serata dedicata alla Cramps, la vostra etichetta storica. Con voi sul palco ci saranno anche Eugenio Finardi e Claudio Rocchi anche loro legati a questa etichetta, attiva ancora oggi.
Noi dobbiamo molto alla Cramps e al suo fondatore Gianni Sassi. Se non fosse stato per loro non sarebbe mai uscito il nostro primo disco “Arbeit Macht Frei” nel 1973.

Dopo questo tour quali sono i vostri progetti futuri?
Ciò che c’interessa di più in questo momento è suonare il più possibile. Ogni concerto è un’esperienza unica, proprio per la possibilità che ci offre, di essere improvvisatori.
Abbiamo fatto alcune registrazioni di questi ultimi live e, se le riterremo soddisfacenti, non è escluso che possa uscire qualcosa, a testimonianza del lavoro svolto in quest’ultimo anno e mezzo.

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