Home > Interviste > Area: Le intersezioni della vita

Area: Le intersezioni della vita

Dopo trascendentali discussioni sul perché del nome “Foresto Sparso”, sul perché è “sparso” ma soprattutto perché “foresto”…mah. Dopo digressioni su iphone, cellulari, i problemi di Ios etc etc, nel pomeriggio del 28 giugno iniziava l’amichevole intervista con gli Area nella formazione quasi originaria: Paolo Tofani (chitarra), Patrizio Fariselli (pianoforte e tastiere), Ares Tavolazzi (basso) e Walter Paoli (batteria).

Siccome è un po’ difficile incominciare un’intervista…
Tavolazzi: Allora finiamo… (risate)

Stavo dicendo, siccome siete in giro da un sacco di tempo, ognuno di voi porta dietro di sé e con sé un’esperienza decennale, e già prima della nascita del progetto “Area” ognuno aveva le proprie specificità, i propri stili, le vostre storie… poi arrivarono gli Area nel ’72, con un’organico del gruppo che è variato molto nel corso degli anni: tra i componenti ricordo Capiozzo e il mitico Demetrio Stratos che non sono più con noi. Poi nel 2010 la reunion. Ora, nel 2013, chi sono gli Area e cosa fanno gli Area?
Tofani: Non ne ho idea… chi sono gli Area? Sono sempre gli stessi personaggi che si sono arricchiti di esperienze diverse, perché ognuno di noi ha intrapreso percorsi diversi e quindi adesso spiegarti cosa abbiamo fatto e per percepire chi siamo adesso ci vorrebbero trent’anni e sarebbe impossibile spiegarlo in poche parole… Mah, noi cerchiamo in qualche modo di riproporre qualcosa a beneficio di quelli che non c’erano, di giovani che vorrebbero capire alcune cose che sono state fatte sotto uno spirito particolare perché la dimensione sociale e politica erano diversi… e quindi siamo felici di essere in qualche modo strumenti per dare a loro una coscienza storica che magari non hanno, però al di là di questo ognuno vive la sua esperienza individuale che andrà avanti finché c’è vita…buonanotte (risata)

Anche perché da quando si sono sciolti gli Area ed eravate nella vostra formazione completa (Capiozzo, Tofani, Fariselli, Tavolazzi e Statos), è cambiato tutto: la musica, la politica, la società, siete cambiati voi soprattutto… con la reunion, gli Area hanno ancora qualcosa da dire.
Fariselli:
Ci sono un po’ di inesattezze… intanto Area è secondo un nostro punto di vista un progetto di vita; tu vedila come percorso che dei musicisti e delle persone intraprendono assieme, e lavorano tutti quanti mettendo in questo progetto la loro vita, la loro preparazione e tutto quanto, ma queste cose scaturiscono dalla musica che non appartiene direttamente a nessuno di noi ma è la risultante di una serie di interazioni devo dire complicate… te la faccio breve perché sennò… E quindi cosa succede? Noi, già negli anni ’70 noi siamo diventati “Area” e siamo intimamente connessi a questo tipo di esperienza, indipendentemente dal fatto che suoniamo assieme oppure no. Sembra sottile ma non lo è, nel senso che noi non è che facciamo e disfacciamo niente, noi uniamo i nostri percorsi per dei tratti e così è adesso: noi siamo tre anni che suoniamo, sopravvissuti poiché abbiamo avuto delle perdite gravissime (Capiozzo e Stratos), ma abbiamo acquistato altri elementi… vedi Valter Paoli o altri amici che ci accompagnano. Noi siam già tre anni che stiamo fluendo a valle (risatina) cercando di mettere nuove idee ma soprattutto cercando di far vivere a chi viene ad ascoltarci un’esperienza.
Tofani: ovviamente mancano Demetrio e Capiozzo, però comunque al di là della musica c’erano altri aspetti che erano interessanti in quel periodo…

Avete parlato di Capiozzo e di Demetrio, e a noi sbarbatelli, che a quel tempo non c’eravamo, e che conosciamo Demetrio Stratos solamente attraverso la sua voce e le sue parole immortalate nelle tante canzoni…
Tofani:
Adesso mi farai la domanda “Chi era Demetrio?” (risata)

Lo so che è scontatissima e che ve la fanno tutti.
Tofani:
Ma come si fa a dirti chi era Demetrio?!
Fariselli: Vai col piano B… (ride)
[PAGEBREAK]
Vabbè io te l’ho buttata lì…

Tofani: Allora, era un uomo con due gambe e due braccia, un petto bello villoso e aveva voglia di andare al di là di quelli che erano i canoni e gli standard dell’utilizzo della voce; per questo ci siamo trovati bene, perché ognuno di noi aveva quel tipo di situazione mentale, e lui è riuscito a lanciare un segnale importante che molti cantanti, coloro che utilizzano la voce, dovrebbero prendere in considerazione perché in effetti la strada lui l’ha lasciata aperta e chiara per poter trovare il modo di essere meno coinvolti nelle vicende delle persone ma della ricerca, dell’utilizzo della voce proprio come strumento. E infatti da “L’abbattimento dello Zeppelin” in poi, Demetrio ha cominciato veramente a non cantare più le canzoni, anche se in realtà lui non le ha mai cantate perché le interpretava… però il suo lavoro forte, e anche il nostro perché ci siamo tutti rapportati in quel mood, è partito da “Caution Radiation Area”.

Demetrio era una persona eccezionale con un grande desiderio di prevaricare la noia. Mi ricordo quando diceva: “Una noia sconfinata…” e noi lo stesso perciò ci siamo subito trovati perfettamente in armonia. Poi la sua natura greca ha portato dentro anche altre cose che avevano un profumo diverso: le olive greche…queste cose qua molto belle, molto buone… e quindi in qualche modo in gruppo si è arricchito non solo della ricerca ma anche dell’espansione del livello dell’equicità.

Parlando poi di Capiozzo, lui aveva una incredibile capacità di suonare i tempi dispari e quindi tutto sembrava perfettamente in sintonia con i desideri musicali degli Area e anche grazie all’intervento di Gianni Sassi che ci ha aiutato a districarci, con le sue parole e i suoi testi molto interessanti ed affascinanti perché erano sul pezzo della realtà sociale di quel periodo, abbiamo lasciato questo segno. Tiè beccati questo! (gesto dell’ombrello con risata)

Vedendo un documentario molto bello fatto da RaiStoria intitolato “La Voce Stratos” (http://www.youtube.com/watch?v=doNne5ggjb4) si vedono certe immagini dei vostri concerti. Il concertone del “Parco Lambro” che praticamente era una Woodstock italiana: un evento, un ambiente che noi giovani non abbiamo mai visto.
Tofani: Non potete nemmeno immaginarlo che cosa fosse…

Erano altri tempi e i concerti erano altra cosa, immagino. Ora che suonate a Foresto Sparso…
Fariselli: Famosissimo… (risate)

E che il vostro pubblico è…
Tofani: Sparso… (risate)

Ora che il vostro pubblico è formato sì dai ragazzi di oggi, ma soprattutto da quei ragazzi che fecero il ’68 e vissero pienamente gli anni ’70…
Fariselli: Occhio a come parli. Se mi dai del “vecchio” divento una belva… (risata)

Non vi sto dando dei vecchi ma la generazione dei nostri genitori che fecero quegli anni vi vengono ancora a sentire, e in più ci sono…
Tavolazzi: I padri dei padri…

No vabbè, ci sono i figli. Riprendendo il filo del discorso, che differenze trovate?
Fariselli:
Tra “Parco Lambro” e “Foresto Sparso”?! (risata)
Tavolazzi:
A riguardo posso dire solo una cosa, che Foresto Sparso pensavo fosse il nome della manifestazione (risata) perché mai in vita mia avrei pensato in via mia che c’è un paese che si chiama “Foresto Sparso”
Fariselli: No, comunque, per venire alla tua domanda… a parte, io direi, quintali di fumo… C’è un palco, ci sono dei musicisti più o meno interessanti che suonano, c’è della gente che viene a sentire, c’è un bello spazio; in realtà è quasi uguale la cosa, qual è la differenza? È uno spazio della mente, è tutto lì: in quegli anni a Milano quei raduni circoscrivevano uno spazio liberato che era uno spazio mentale, si respirava il desiderio di costruire qualcosa d’altro assieme: non si sapeva bene cosa e non si sapeva bene come, e non quando si arrivava lì non si capiva ancora bene cosa fosse, ma ci abbiam provato (ride) e questo è già qualcosa.

Quindi che cosa è cambiato? È la qualità del rito e di cosa si va a cercare in questa ritualità e in questa socialità. Oh, ultimo ma non ultimo, l’interesse per la qualità della musica che forse magari in quegli anni era un po’ penalizzato rispetto ad altri momenti in cui la musica era un pretesto di aggregazione invece adesso c’è un movimento più diretto alla qualità del suono e alla qualità della musica; c’è gente che si muove proprio per l’aspetto culturale della faccenda che si sta trasformando, è semplicemente una questione di dimensione mentale.
[PAGEBREAK] Siccome suonate poi con gruppi molto giovani appartenenti ad una panorama discografico indipendente, come giudicate l’evoluzione della musica italiana da quando suonavate voi in tempi in cui siete stati dei precursori e che giudizio date del movimento musicale italiano nel suo cercare di costruire un “qualcosa di nuovo”?
Fariselli:
Si tratta di una cosa che apprezzo e cerco in tutti i modi, già con la mia presenza stessa, di stimolare nel darsi da fare nell’uscire dal problema dei nostri tempi che è la prepotenza del mercato, l’omologazione della cultura dominante che è terrificante… per cui tutte le iniziative che spingono verso una mente libera e quindi automaticamente verso spazi dove succede qualcosa di vivo e di indipendente sono le benvenute.

Dato che siamo entrati in un discorso anche di tipo politico, e siccome gli Area sono stati e sono un gruppo politicizzato, in un’intervista a Demetrio Stratos lui disse: “Ci son cinque musicisti che han rabbia repressa perché han suonato per tanti anni quello che volevano i padroni”.
Fariselli: Va un po’ decodificata questa cosa qui… non si riferiva all’andare sotto padroni in fabbrica, però la musica degli anni ’60 soprattutto la “musica sparsa” (ride), che si chiama davvero così a parte gli scherzi, avveniva nei luoghi del divertimentificio serale e quindi tu eri una sorta di arredamento molto spesso… la mia gavetta, la mia adolescenza l’ho fatta in locali da ballo: servivi a intrattenere, non che mi faccia schifo questa roba qua, però nel momento in cui tu poni la musica ad un altro livello e cerchi di ottenere qualcosa di culturalmente più interessante, è chiaro che ti scontri…
Tofani: L’affermazione di Demetrio potrebbe essere interpretata anche in un altro modo: ci sono tanti ragazzi che hanno suonato sotto l’influsso chiaramente deleterio dei padroni e qui ci sono cinque persone che se ne sbattono i coglioni e fanno quello che vogliono. Questa è un’altra cosa e non so se voleva dire questo…
Fariselli: Sai com’è il concetto? Allora non era così scontato dire “Ok dai, facciamo musica e non ce ne frega un cazzo delle discografiche, dei veicoli normali nel quale si porta la musica. Non ce ne frega del mercato, nessuno metterà mai il becco sulle nostre scelte musicali-artistiche”; queste affermazioni richiedevano allora una certa determinazione per affrontarle. E questo è sostanzialmente politico senza parlare di politica…

Diceva ancora Stratos: “Io posso fare politica anche senza dire esplicitamente che questo pezzo è per i compagni palestinesi”.
Fariselli: Esatto, assolutamente la cosa più interessante più qualitativa. Infatti noi adesso non usiamo la parola cantata e non portiamo i testi, è musica strumentale piena di contenuti politici perché cerchiamo di esprimere il massimo della qualità della nostra musica. La qualità della nostra musica, lo dico sempre, è un grimaldello per le coscienze.

La musica può ancora essere considerata uno strumento di “lotta”?
Fariselli: Non direttamente, non è una cosa meccanica, però nel momento in cui tu smuovi delle coscienza fai vedere altre possibilità di vita e allora quello lì diventa automaticamente politico.
Tofani: Ma è sempre stato così. I legionari romani quando andavano a combattere si accompagnavano con i tamburi, così come gli scozzesi, i guerrieri indiani… la musica è anche o può essere “strumento di lotta” perché chiarisce un aspetto preciso di intenzioni precise dipendendo dal contesto. La musica non rappresenta soltanto un aspetto pacifista che uno ascolta la musica e sogna… ci sono tanti tipi di musica. Ci sono guerrieri antichi che andavano in combattimento urlando dicendo cose che sarebbero piaciute anche a Demetrio e coi quali loro si esprimevano caricandosi o scaricandosi della passione necessaria per combattere, per cui la definizione di musica è molto ampia, dipende da che punto tu la prendi.

Concludo: C’è una bella canzone di Elio e le storie tese: “Vorrei Suonare Come Gli Area”.
Tofani: Ho anche una bella maglietta con scritto “Vorrei suonare come gli Area”…
Fariselli: Ce l’ho anche io… mi sta piccola cazzo… (ride)

Io l’ho trovata un tributo agli Area e un mezzo per far conoscere ai giovani una forma di musica qualitativamente molto alta alla quale gli stessi Elio’s hanno attinto nella costruzione del loro progetto e detto poi in un concerto fatto in questo meraviglioso festival, gratuito, organizzato e gestito da volontari e che lo fanno animati dalla pura passione per la musica, si può dire che questo movimento di persone che cerca di costruire qualcosa di nuovo c’è ancora, si sta evolvendo e sta crescendo.

Alla fine, il concerto degli Area è stato, come prevedibile, un evento qualitativamente e culturalmente molto alto nell’esecuzione di pezzi famosi e significativi della loro lunga storia: “Elefante Bianco”, “Gioia e Rivoluzione”, “Nervi Scoperti”, “Cometa Rossa”, “Arbeit Macht Frei”, “Luglio-Agosto-Settembre Nero” (nel quale hanno chiesto al pubblico di far tintinnare le proprie chiavi di casa richiamando l’usanza palestinese di tramandarsi le chiavi di quelle case che non ci sono più o non sono più loro). Mancava solo la voce di Demetrio per ritornare ai tempi che furono, ma la perfetta esecuzione strumentale è riuscita efficacemente a lasciare al pubblico (sia a quello affezionato che a quello neofita) l’idea originaria che stava alla base del progetto: fare musica di qualità e d’avanguardia essendo anche capaci di smuovere le coscienze senza necessariamente parlare in maniera esplicita di politica.

L’esecuzione ha avuto attimi di improvvisazione jazzistica e punte dodecafoniche molto intense che si mischiavano e arricchivano i pezzi storici.
Il “magic wizard” (come lo chiamavano un tempo in UK) Paolo Tofani ha iniziato il concerto con un suo pezzo in ricordo di un suo amico del Movimento Hare Krishna (del quale lo stesso Tofani fa parte) scomparso recentemente. Dopo questo pezzo che mescolava sonorità orientali e buddhiste con effetti e distorsioni elettroniche sapientemente utilizzate e manovrate da Tofani; si sono aggiunti gli altri musicisti: Patrizio Fariselli con un pianoforte a coda con il suo suono puro e una tastiera dal quale ricavava una miriade di effetti e suoni ricercati e ricavati nel corso degli anni; Ares Tavolazzi al basso e Walter Paoli alla batteria con il loro apporto ritmico fortemente jazzistico.

Un progetto, quello degli Area che ha ancora molto da dirci.

Scroll To Top