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Arena contagiosa

Un disco piuttosto sostanzioso, “Contagion”: 16 sono le composizioni contenute, ma non è un lavoro che paga la quantità con la qualità della proposta musicale. Anzi, questa prova in studio degli inglesi Arena, risalente all’inziio del 2003, sembra prendere per mano l’ascoltatore con “Witch Hunt”, la prima traccia, per accompagnarlo lungo il suo intreccio musicale e melodico, fatto di atmosfere profonde e suggestive, melodia, teatralità, per lasciarlo solo alla fine della conclusiva “Ascension”, dopo un viaggio dall’alto contenuto emotivo e lirico – in effetti di un concept album si sta parlando: una terribile epidemia che deriva dalla diffusione di un pericoloso virus causata per sbaglio da un uomo, che passerà il resto dei suoi giorni cercando di rimediare all’errore fatto.I tratti distintivi di questo disco sono le atmosfere che riesce a creare, ora cupe e introspettive, altre volte sinistre, altre ancora più serene, il tutto inserito in un contesto sonoro che paga dazio alla lezione dei Genesis, soprattutto in alcuni interventi della tastiera di Clive Nolan, e più in generale al new prog inglese degli anni ’80, arrivando inoltre a richiamare anche gli ultimi Fates Warning (“City Of Lanterns” potrebbe tranquillamente essere parte di “A Pleasant Shade Of Gray”). Tutto ciò senza mai perdere in coerenza.Si segnala l’ottima “Salamander” (che, insieme a “Cutting The Cards” e “Ascension”, si pone forse come la migliore del lotto), la quale trae tanto del suo charme da un riuscitissimo refrain e dall’interprete vocale dello stesso, un grande Rob Sowden, autore di una prestazione notevole lungo tutto lo svolgimento del disco (cfr. “Mea Culpa”). Menzione a parte meritano i tre strumentali inseriti nel disco (“This Way Madness Lies”, “On The Box” e “Riding The Tide”) tramite i quali gli Arena danno saggio delle proprie capacità, oltre che strumentali e tecniche, anche compositive e artistiche, dimostrando un ottimo gusto, classe e soprattutto una notevole sensibilità melodica.

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