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    Arnoux

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Vorrei essere una goccia d’acqua

Le ultime righe della press release dedicata a “Cascades” portano finalmente a galla un aggancio: Arnoux (Fabio Arnosti per i parenti e gli impiegati statali) viveva a Venezia quando ha composto le canzoni di questo disco. Da un tipo di poche parole come lui ci sono poche possibilità di sapere qualcosa in più che ci aiuti a ricostruire il cordone ombelicale che lo lega all’acqua, elemento naturale che dà vita in qualche modo anche a tutto quello che è “Cascades”, dall’esplicita grafica dell’album ai suoni gocciolanti. Questo brevissimo disco di esordio rievoca la pace e la distensione dell’abbandono alla dolce culla delle onde, si tratta di una sorta di parto subacqueo, in cui la magia della vita viene sussurrata per brevi istanti, mai invasivi, sempre fuggevoli.

Alla concisione tipica del punk, Arnoux associa invece una raffinatezza fatta di melodie delicate e bisbigli che raramente portano in primo piano la propria forma corale, lasciando piuttosto altri elementi, come la quasi onnipresente elettronica, a impreziosire l’intimità musicale. Leggendo qualche nota su di un homo analogicus come Fabio Arnosti potrà sembrare strano, ma in questo caso la sua elettronica da cameretta si sposa con stile alle soffici ballad di “Cascades”, riuscendo nella difficile impresa di scacciare la banalità.

Si potrebbe obiettare che la vita della musica di Arnoux è ancora troppo breve per poterlo consacrare alla notorietà, in effetti per ora preferiamo custodirlo coma segreta promessa della folktronica, immaginando che anche lui preferisca evitare il troppo baccano.

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