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Aronofsky a Venezia 2010: Il corpo lacerato dell’attore

Quando si parla di Darren Aronofsky se ne sottolinea spesso il talento eccentrico e visionario, la varietà delle scelte stilistiche in funzione dell’effetto drammatico, il gusto per la provocazione e la tendenza a sconvolgere il pubblico con ogni mezzo possibile: dal montaggio ipnotico alle spiazzanti musiche di Clint Mansell, fino alle luci di Matthew Libatique, capaci di dar forma ad ogni delirio con incredibile aderenza.

Raramente prima di “The Wrestler” si è posto l’accento sulla centralità del corpo dell’attore nell’opera del cineasta statunitense. Eppure persino “Pi Greco – Il Teorema Del Delirio” ruotava intorno ad un personaggio dall’umanità disarmante, il matematico Maximillian Cohen, affetto da atroci emicranie ed ossessionato dall’idea di trovare una risposta all’enigma della realtà attraverso gli schemi matematici e la numerologia. L’uso della camera a spalla, l’atmosfera onirica ed ossessiva e l’accecante bianco e nero rischiano di distogliere l’attenzione dalla performance di Sean Gullette, ma il film è interamente costruito sul volto ossuto e sulla fisicità nervosa dell’attore, proprio come “The Wrestler” è dominato dalla presenza di un sublime e martoriato Mickey Rourke.

Assediato dalla malattia o dalla dipendenza, preso nel vortice della follia o semplicemente vittima del proprio masochismo, il tema del corpo sanguinante domina il cinema di Aronofsky e richiede agli interpreti una partecipazione viscerale che si traduce spesso in memorabili star-turn. Nell’infernale, vertiginoso “Requiem For A Dream” gli amanti dannati Jared Leto e Jennifer Connelly si prodigano in quella che resta la perfomance migliore della loro carriera. Ad entrambi i personaggi lo spietato Aronofsky riserva una fine tragica: al primo viene amputato un braccio, mentre la seconda è degradata a pura merce e squallido spettacolo sessuale. Ma ancor più devastante è la trasformazione di Ellen Burstyn da patetica casalinga drogata di tv a mostruoso zombie, vittima delle anfetamine e dell’elettroshock.

Non solo geniaccio dell’incubo quindi, ma anche grande direttore d’attori. I’immancabile passo falso arriva con il terzo film, “The Fountain”, un generoso quanto delirante atto d’amore per la moglie-diva Rachel Weisz, in cui Aronofsky smarrisce focus e senso della misura. Tre storie in tre epoche diverse intrecciate in un suggestivo e farraginoso mosaico, “The Fountain” vive ancora dello stile immaginifico del regista e della presenza dei fascinosi Weisz e Jackman, ma riflette sull’eternità e sul mistero della vita con debordante romanticismo ed ingenuo gusto new age.

Molto meglio il ritorno al crudo realismo di “The Wrestler” in cui l’autore asciuga il suo stile adeguandolo alle esigenze del testo ed esplicita la metafora cristologica sottesa a tutto il suo cinema. Il colpo di genio è il casting di Rourke: personaggio e attore vibrano in un unico corpo come raramente accade di vedere. Ma non c’è alcuna speranza di redenzione dal fallimento e dalla distruzione fisica e il destino di Randy The Ram è un volo d’angelo che sfuma verso il nero. Al fianco di Rourke, anche Marisa Tomei si concede con commovente generosità all’occhio vampiristico della macchina da presa nel ruolo della spogliarellista Cassidy, un altro personaggio paradigmatico che conosce sulla sua pelle le lacerazioni della fisicità.

Ultima star in ordine di tempo a lasciarsi plasmare e torturare dal regista americano è Natalie Portman, attesa alla Mostra nel ruolo della ballerina protagonista di “Black Swan”. Ancora una volta una scelta di casting perfetta che presagisce un altro doloroso, allucinante martirio della carne e della mente.

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