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Arpa non vuol dire baluginio celtico

Se in Italia quell’arpista che ci piace tanto suona ancora nei locali piccoli, nei paesi anglofoni Joanna Newsom è già Joanna Newsom.
A dimostrarlo, una fila di persone lunga tre quarti di isolato. Tre quarti di isolato con le camicie a quadri in fila davanti a una sinagoga: Joanna Newsom negli Stati Uniti è gli U2.

Aprono per lei i Moore Brothers, che la accompagnarono nel tour italiano del 2007, e che perciò saranno piuttosto familiari ai nerd che stanno leggendo questo pezzo. I Moore Brothers si dividono equamente chitarra acustica e voce principale, con armonizzazioni degne dei Beach Boys e testi autoconsapevoli e autoironici all’altezza dei Flight Of The Conchords (ma più timidi).

Il set di Joanna Newsom si articola in tre parti: lei all’arpa, lei al pianoforte, lei all’arpa (con bis).
È triste e rincuorante dirlo – per questa serie di concerti, la Newsom al pianoforte batte la Newsom all’arpa. Triste perché: l’arpa perde. Rincuorante perché: dire questo significa anche che non c’è limite allo stupore umano.

Inizia con i pezzi meno impegnativi, quell’incerta “81″ che tanto ci aveva allarmati sugli esiti del nuovo album (falso allarme). La voce è impeccabile, elastica, piena di sfumature espressive e ammirevole anche per i malignacci che fino ad ora descrivevano il suo cantato come il lamento di gatti a cui viene fatto del male.
Il pubblico emette boati all’attacco di vecchi brani riarrangiati per orchestra; i nuovi pezzi all’arpa culminano nella complessità ritmica e melodica ben distribuita nei dieci minuti di “Have One On Me”.
Al piano la Newsom dedica la parentesi di soul obliquo del concerto. Comincia con (minimizzando) la confessione e l’implorazione d’amore di “Easy”, con un abile arrangiamento che rispetta gli svolazzi orchestrali di Van Dyke Parks nel precedente disco, “Ys”. «Questo è il punto in cui entrano le bottiglie di whisky», annuncia, e si lancia con entusiasmo in “Good Intentions Paving Co.”

Finora si è parlato soltanto di Joanna Newsom, ma i meriti non vanno attribuiti soltanto a lei. La sua Ys Street Band, composta da due violiniste-coriste, un corista-suonatore di trombone ma soprattutto da Ryan Francesconi e Neal Morgan.
Anche andando oltre alle battute buffe che si scambiano sul palco, c’è qualcosa che la band prende come naturale e il pubblico interpreta come un prodigio: la mini-orchestrina sa contemporaneamente essere scarna e barocca, satura di suoni (ognuno nel registro giusto al momento giusto), in ogni caso necessaria.
È questo che rende quello di Joanna Newsom, al di là del genere musicale e della voce ancora sgradita a qualcuno, uno dei concerti migliori, nell’insieme, a cui si possa assistere oggi.

Grazie, Kyle Thompson-Westra, per la foto.
Grazie, ebrei, per l’acustica più incredibile di sempre.

’81
In California
The Book Of Right-On
Easy
Soft As Chalk
Inflammatory Writ
Good Intentions Paving Company
You and Me, Bess
Have One On Me
Emily
-
Baby Birch

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