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Arte e magia in Miyazaki

L’arte è come la magia? L’artista deve compiere un percorso di formazione prima di donare la propria opera al mondo? Eccoci, con “Ponyo Sulla Scogliera”, a un nuovo tassello dell’immenso sistema allegorico di Hayao Miyazaki, regista giapponese che ormai, dopo un Leone d’Oro alla carriera e alcuni titoli di successo, non ha più bisogno di presentazioni nemmeno in Italia.

Seppure più semplice nella struttura e nel disegno, anche “Ponyo” riprende infatti alcuni dei temi più cari al maestro dell’animazione orientale – l’ecologia, l’infanzia, l’amicizia – e li sviluppa con il consueto animo gentile, capace ancora una volta di far sorridere e commuovere allo stesso tempo. E, come spesso accade quando si parla di “grande cinema” – o “grande arte” in generale – sotto sotto l’artista suggerisce sempre qualcosa della sua poetica, della sua idea di processo creativo. Il che, per Miyazaki, significa prima di tutto parlare di magia.

Già in “Kiki – Consegne A Domicilio”, senza troppi giri di parole, il personaggio della giovane strega e quello della pittrice – nella versione originale giapponese doppiati addirittura dalla stessa attrice – risultavano essere l’una il doppio dell’altra. Con “Il Castello Errante Di Howl”, il parallelismo arte/magia si fa più oscuro e complesso, con la creazione di veri e propri stereotipi: l’artista di corte rappresentante del classicismo, il giovane creativo alle prese con il proprio narcisismo, e via dicendo.

Con “Ponyo” – pesciolina dal volto umano – si fa un passo indietro e, così come si torna a un disegno e a una trama più essenziali e più puri, si percorre in maniera lineare, e anche spensierata, il processo che porta, dall’ispirazione, all’opera d’arte compiuta, pronta a prendere la propria strada nel mondo.

L’artista, in questo caso, è il padre di Ponyo, essere umano che un tempo prese la decisione di abbandonare le “cose di questo modo” e rifugiarsi nelle profondità marine dove, con pozioni di diversi colori, crea e ricrea a proprio piacimento la vita: una sequenza molto significativa questa, che non a caso è posta in apertura di film. Madre di Ponyo e amante dell’uomo è lo spirito stesso del mare, creatura dalle sembianze femminili e simbolo dell’accoglienza e della comprensione.

Ponyo è il capolavoro, l’opera meglio riuscita, che l’artista vorrebbe tenere nel suo acquario, circondata dai suoi guizzi di creatività, ma che invece è destinata a bere sangue umano e “sporcarsi” di realtà. Ecco allora la risalita verso la luce, ma anche lo tsunami che colpisce l’isola in cui vive il piccolo Sosuke, simbolo dell’infanzia e dell’amore per le cose pure e profonde come l’arte, da leggere attraverso la lente della fantasia. Non può essere pacifico – sembra dirci Miyazaki – l’insinuarsi dell’arte in un mondo dominato da altro: orari, sentimenti, malattie, inquinamento… Ma dopo aver sommerso tutto, scovolgendo i punti di riferimento, facendo scorrere i pesci lungo le strade asfaltate, ecco che l’acqua si prosciuga, rendendo all’uomo un mondo diverso. Più bello forse, e sicuramente rinnovato grazie alla magia di Ponyo, a cui lei, per diventare umana, sarà costretta a rinunciare. A Sosuke spetterà il compito di accoglierla, lui che rappresenta l’uomo-bambino che sa accettare il diverso e amarlo per ciò che è.

È molto più che una favola questo “Ponyo Sulla Scogliera” che, come tutte le altre opere di Miyazaki, può essere letta e riletta sotto varie prospettive e aprire sia porte dolcissime sulla quotidianità, sia fessure che si affacciano su riflessioni più ampie, squisitamente filosofiche, sia ancora considerazioni sulla contemporaneità e sul rapporto uomo/ambiente. Miyazaki non si smentisce e conserva, nonostante l’età, il suo spirito più bambino, regalandoci un capolavoro in miniatura che probabilmente questa volta arriverà in maniera più immediata anche agli spettatori più piccoli. E, questo, non può essere certo considerato un difetto.

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