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Aruba Film Festival: Est! Est! Est!

Ad Aruba, ieri, si è alzato un forte vento da levante. Uno di quei venti che spirano dall’est e spazzano con vigoria il panorama, i prati, le
genti. No, il clima non c’entra, quello rimane inchiodato su “solleone”. Si tratta di cinema, cinema che viene dall’oriente. Perché ieri è stato il grande giorno di “Kites“, melodramma della miglior tradizione bollywoodiana, acclamato su un red carpet monopolizzato dalla star latina Barbara Mori, introdotto da un tripudio di costumi tradizionali in sala e salutato, al termine, da una grande festa di flavour indiano.

Ma oriente non significa semplicemente Asia, paesi esotici, maliarde tradizioni millenarie. Significa anche “Mothers”, del macedone Milcho Manchevski (trapiantato a New York), già autore di “Dust” e, soprattutto, dell’apprezzato “Before the Rain”. Film diverso, il suo, temerario, forse: una storia tripartita e segmentata da forti cesure, per tre nuclei narrativi estranei l’uno all’altro, sia per intreccio che per chiave stilistica (il terzo è un documentario sulla vicenda del presunto serial killer Vlado Taneski, i primi due sono fiction), uniti soltanto da significanze che vanno cercate con pazienza nell’arco di due ore certo non elettrizzanti ma di grande sincerità e coraggio artistico.

E oriente, infine, vuole anche dire “The Mill and the Cross“, ovvero Lech Majevski, progetto possibilmente ancora più ambizioso, tanto da risultare addirittura arduo da definire strettamente come “film” – si tratta piuttosto di arte visuale o, ancora meglio, di un lungo e sofisticatissimo video didattico. L’idea alla base è semplice: penetrare con la macchina da presa in un quadro, per la precisione “L’andata al Calvario” di Bruegel. Trasposto nella realtà del dipinto, l’occhio della cinepresa coglie allora un mondo vivo, come se la tela fosse un varco dimensionale. L’effetto è realizzato con sontuosa visualità, attraverso un mastodontico lavoro di postproduzione che anima il dipinto popolandolo di personaggi reali, attraverso una sovrapposizione di molteplici livelli di profondità. Certo, la quasi totale assenza di dialoghi e i ritmi (anche recitativi) blandi, solenni, didascalici, rendono l’opera ostica fino allo stremo. Ma il fascino delle composizioni visive, l’originalità del risultato, la magnifica fisicità del “protagonista” Rutger Hauer – uno dei più incisivi volti da cinema di sempre – dovrebbero valere almeno un’opportunità.

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