Home > Recensioni > As the Gods Will

Al Festival Internazionale del Film di Roma torna ancora una volta Takashi Miike, alla terza partecipazione consecutiva, ormai un vero e proprio fedelissimo. E giustamente il Festival ringrazia tributandogli quest’anno il Maverick Director Award, un meritato riconoscimento per una carriera sterminata che l’ha visto realizzare quasi tre film l’anno nell’ultimo decennio. Quelli distribuiti in Italia si contano, però, sulle dita di una mano. Non ce l’hanno fatta le sue partecipazioni romane precedenti, l’ottimo “Il canone del male” e il molto meno riuscito “Agent Reiji”, speriamo ce la faccia questo “As the Gods Will”, un’ennesima perla aggiunta alla sua collana di capolavori.

Shun Takahata è un liceale annoiato dalla monotonia della sua vita. Un giorno, una bambola Daruma (una figurina votiva tradizionale giapponese) appare in classe annunciando l’inizio di un gioco sul filo tra la vita e la morte. È solo la prima di cinque prove alle quali devono sottoporsi gli studenti, proposte da oggetti animati di vita soprannaturale: chi perde, muore.

Parte come una sorta di incrocio tra “Battle Royale” e “Saw”, ma poi si rivela anche (molto) altro. La fantasia visiva di Miike deborda da ogni inquadratura, pur nella sostanziale classicità dello stile, insieme alla sua graffiante ironia. Il cineasta, come una vera e propria divinità, gioca con i suoi personaggi dall’alto della sua onniscienza, li premia e li punisce, è misericordioso e vendicativo nell’arco di un batter di ciglia. Nel film è contenuto in filigrana un messaggio vitalistico alle nuove generazioni, quello di rifuggire l’ignavia, abbracciare le emozioni, gli amori: ma la chiave trovata per esporre questo concetto così semplice ha dell’incredibile.

Dio, gli alieni, le vestigia dell’oggettistica pop orientale e occidentale, tutto frullato in due ore violente ed esilaranti, sadiche e tenere. È Miike con una gran voglia di divertirsi, vi basti questo per non lasciarvelo scappare.

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