Home > Recensioni > Asha Janar Majhe (Labour of Love)

Dalle Giornate degli Autori di Venezia 71, ecco un piccolo film indiano che si è insinuato come un tarlo nel mio cervello, e non accenna ad andar via.

Diretto da Aditya Vikram Sengupta, “Labour of Love” è un’opera dolce e intima, che nello spazio di ottanta minuti ci permette di entrare in simbiosi con un uomo e una donna, senza nome, come in “Aurora” di Murnau, archetipi e rappresentanti di un’epoca storica, di una classe sociale, di un’intero mondo. Il film non racconta nulla, si limita a mostrare la realtà ma in maniera meramente cinematografica, un paradosso che da sempre affascina e atterrisce neo e vetero realisti di ogni tempo.

Siamo a Calcutta ai giorni nostri, e la crisi economica si fa sentire anche in una delle nazioni più in crescita dell’intero globo. Scontri in piazza, proteste, un lavoratore suicida che lascia moglie e figlia nella disperazione più assoluta. Tutto questo però rimane fuori campo, affidato ai bollettini, ai notiziari.

Sengupta ci mostra due persone, un lavoratore notturno e una lavoratrice diurna, i loro gesti quotidiani, la loro stanchezza, la loro cura per i  piccoli particolari. E, con una serie di piani sequenza delicati e avvolgenti, ci porta anche fuori, per le strade, alla ricerca di quadri compositivi  che sembrano trovati casualmente, con la grazia di un montaggio invisibile, ma raffinato.

Il finale è poetico, struggente, senza mai cadere in patetismi o saccarina in eccesso. Non voglio dirvi di più, perchè la rivelazione finale, pur intuibile, va gustata per quella che è. Film per pochi, intendiamoci, forse per pochissimi, che vive di contemplazione, di tempi apparentemente morti, che può senza dubbio annoiare. Ma se saprete assaporarne la bellezza, ricercarla, scavando come Sengupta scava con la macchina da presa dietro le apparenze, la superficialità, la velocità eccessiva cancro inestirpabile della modernità, ne ricaverete un piacere vero, tangibile, che vi toccherà il cuore e il cervello.

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