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Ashent: Sarà vera gloria?

Gli Ashent sono la nuova stella del panorama power-prog italiano. Futuri DGM? Prossimi Vision Divine? O addirittura qualcosa in più? Chi può dirlo…! Per il momento notiamo una band in crescita, determinata ad affrontare la sfida del mercato con estrema umiltà e voglia di fare. Eccoli, dunque, all’alba dell’uscita di “Deconstructive”, secondo full length recensito su queste pagine pochi giorni fa. Ve li presentiamo.

Cari amici, innanzitutto, ci piace sottolineare quale orgoglio nazionalistico ci pervada nel sapere di una nuova, ottima, realtà tutta italiana, capace – come poche altre band in passato – di valicare gli angusti confini nazionali ed esportare un “made in Italy” di tutta qualità.
Il vostro progressive metal celebra i grandi maestri passati e presenti e li fonde ad un tocco essenzialmente personale.
Analizziamo queste vostre due anime.
Dunque, partiamo dalle vostre radici musicali.
Si legge, per la rete, che in voi c’è molto Dream Theater. In parte, condividiamo questa opinione, soprattutto laddove la band di Portnoy è diventata particolarmente aggressiva. Ma nel vostro caso c’è una complicazione che non è sfoggio di tecnicismi, ma una struttura alterata da un’incredibile esigenza di comunicare emozioni. Ecco perché in voi abbiamo sentito anche un tocco di Elegy (in versione più hard) e dei mai dimenticati Heaven’s Cry (a proposito, li conoscete?). Dall’altro lato, è innegabile una componente thrash e death (sebbene quasi in sottofondo). Parlateci dunque di quali sono i vostri riferimenti stilistici.

Gianpaolo: Nella band siamo tutti amanti della musica, nessuno di noi si fossilizza su di un solo genere. Quindi, parlare di riferimenti è sempre un’arma a doppio taglio. Evitiamo di rifarci ad un gruppo soltanto. La ricerca di un nostro sound è il solo obiettivo guida che abbiamo. Con “Deconstructive”, credo, siamo arrivati ad un buon punto in questo processo.
Noi viviamo l’esperienza della composizione come un’evoluzione continua e non ci interessano i dettami di genere specifici: l’importante è riuscire a scrivere qualcosa che ci convinca appieno. E se poi questa attitudine si traduce nel suonare una parte orchestrale con un blast-beat di batteria la cosa non ci preoccupa.
Non ci interessa nemmeno essere originali ad ogni costo (che è l’estremo opposto di essere cloni di band affermate), ma vogliamo scrivere canzoni che trasmettano emozioni, e per fare questo ci prendiamo tutte le licenze artistiche necessarie.
Onofrio: Parlare di precisi riferimenti stilistici è difficile. Ascoltiamo tanta musica diversa, metal e non, ma non abbiamo mai considerato una particolare band come un modello da seguire. Sicuramente amiamo il prog-metal e il prog-rock, ma siamo quasi tutti anche divoratori di musica estrema (thrash, death e black). Ci affascinano gli artisti più eclettici e meno classificabili. Opeth, Devin Townsend, Pain of Salvation, Cynic, Arcturus sono nomi che mettono tutti d’accordo nella band. E ognuno di noi ha una serie di miti personali che travalicano i confini del genere: nel mio caso non posso non citare Sting, Stevie Wonder, Chick Corea, Alan Parson, Jeff Buckley e Dave Gilmour.
Non è la prima volta, devo ammettere, che il nome Ashent viene affiancato a quello degli Elegy: questo non può che farci onore, perché gli Elegy sono una delle gemme del power-prog degli anni novanta e considero i primi tre dischi della band come dei classici del genere.
Nella nostra musica, non esiste quel tipo di riferimenti power, tuttavia forse la nostra ricerca melodica e l’attitudine a proporre arrangiamenti complessi, ma non criptici, può richiamare la band olandese.
Apprezzo anche l’accostamento con gli Heaven’s Cry, perché la band canadese, sebbene molto diversa da noi, è stata una di quelle formazioni che nel corso della propria (travagliata) carriera si è resa autrice di una proposta molto raffinata ed intelligente.

Ci sembra che il primo album sia stato un po’ più aggressivo. Questa modifica del songwriting è coincisa anche con lo split del vostro precedente chitarrista. Cosa è cambiato tra il primo e il secondo album?
Onofrio: Indubbiamente esistono alcune evidenti differenze, in ottica compositiva, all’interno della proposta musicale espressa dai due dischi e i motivi sono davvero tanti.
Tuttavia, nella composizione del primo album, “Flaws Of Elation”, il nostro ex chitarrista Thomas Giro ha influito poco. Thomas è uscito dalla band nel 2004, quasi due anni prima della registrazione del debut (2006), quindi il suo apporto alla causa è stato, per ovvi motivi, limitatissimo.
Cristiano Bergamo è il secondo chitarrista degli Ashent da 5 anni e ha partecipato alla lavorazione che ha preceduto entrambi i dischi.

Vogliamo allora parlare della diffirenza tra questi due dischi che avete composto?
Gianpaolo: “Flaws Of Elation” è sicuramente un disco più omogeneo, che punta senza mezzi termini ad aggredire l’ascoltatore dalla prima all’ultima canzone (sebbene esista ovviamente qualche episodio più tranquillo).
A distanza di tre anni dalla sua uscita, lo considero ancora un buon album, ottimo se si tiene conto che è solo il primo atto sulla lunga distanza.
Le canzoni sono veramente valide e si possono intravedere tutte le caratteristiche del nostro sound: grande attenzione alla melodia, sensibilità per scelte armoniche non scontate, focalizzazione sulla forma-canzone e desiderio di proporre arrangiamenti elaborati, ma mai sterili.
“Deconstructive” è decisamente un album più complesso, nel quale abbiamo scelto di provare differenti soluzioni compositive. Onestamente abbiamo sentito la forte necessità di metterci in gioco come songwriters, dando vita a diverse tipologie di canzoni, che puntassero a sorprendere l’ascoltatore attraverso una maggiore varietà stilistica.
Così, abbiamo affiancato a brani d’impatto episodi più ragionati e, all’interno dello stessa canzone, abbiamo lavorato per creare una maggiore dinamica fra sezioni spinte e parti più evocative e dilatate.
Alla base di questo processo c’è stata la volontà di voler trasmettere un range di emozioni più ampio, facendo leva anche su trovate inusuali, come affiancare recitati a blast-beat di batteria, o ballate su un drumming tribale.
Sia chiaro che “Deconstructive” rimane comunque un disco molto d’impatto e decisamente più cattivo rispetto al tipico sound di una classica band prog.
Tuttavia è un viaggio a più tappe, eterogeneo, dalle molteplici sfaccettature: è assolutamente impossibile farsene un’idea ascoltando solo due o tre canzoni. Si perderebbe il piacere della sorpresa.

Ed ora scandagliamo la vostra innegabile personalizzazione.
In sede di recensione abbiamo scritto che, nel vostro album, vi è una sorta di dolcezza di fondo, che non è la malinconia scandinava, ma una musicalità tipica del Mediterraneo, che anche il growl non è riuscito a scalfire. Quali emozioni vi interessa diffondere negli animi di chi vi ascolta?
Gianpaolo: Penso che suscitare emozioni sia il fine ultimo di ogni artista; sapere che una persona, ad esempio, lega una nostra canzone ad un momento particolare della sua vita, o che semplicemente prova qualcosa di forte ascoltando la nostra musica o leggendo un testo, regala ai nostri sforzi un senso.
Sicuramente tentiamo di creare suggestioni e un senso di attenzione verso stati emotivi complessi. I testi di “Deconstructive” affrontano il concetto di perdita nelle sue più svariate sfaccettature e rappresentano una sorta di autoanalisi, nella quale si mettono in evidenza forze e debolezze dinanzi a particolari eventi della vita: la perdita dell’innocenza, la scomparsa di una persona importante, lo smarrimento derivante dall’alienazione, la perdita di sé stessi.
Le emozioni che ne derivano sono ovviamente contrastanti e contraddittorie e la nostra musica si adatta a questo tipo di esigenza.
Onofrio: Dal punto di vista musicale, una peculiarità del nostro sound risiede nelle scelte armoniche sulle quali costruiamo le canzoni. Amiamo utilizzare degli accordi complessi ed architettare successioni di armonie molto suggestive ed epiche.
Difficilmente un nostro pezzo rimane fermo su un’unica tonalità e, anche quando questo accade, facciamo sempre attenzione ad inserire qualche finezza armonica, con l’effetto di cambiare un po’ le carte in tavola nei punti chiave della canzone.
Senza entrare nel dettaglio di tediosi riferimenti tecnici, posso dire che alla base della nostra musica c’è una certa sensibilità per sonorità suadenti e struggenti, che però sono tali non per forza sfruttando unicamente le tonalità minori.
Brani come “To Develop Self Creativity”, “Cassandra”, “How Could It Feel Like This?” e “Starlinked-Innerness” sono un chiaro esempio di questa attitudine.
Ma la stessa natura può essere riscontrata nei brani più duri, che una volta svestiti degli arrangiamenti chitarristici e di batteria, rivelano una natura armonica meno prevedibile di quel che si potrebbe intuire ad un primo ascolto.
Sicuramente, il nostro è un songwriting che punta alla potenza e alla melodia, con la particolarità però di fondarsi su queste atmosfere sognanti di sottofondo.
Rispetto al primo album, “Deconstructive” mette maggiormente in evidenza questo aspetto: qualcuno lo ha addirittura definito come un interesse rivolto a sonorità gothicheggianti, ma il termine è fuorviante.
Musicalità mediterranea di fondo, è sicuramente una definizione interessante.
[PAGEBREAK] Comporre anche una sola canzone delle vostre deve essere un grosso lavoro di inventiva, di arrangiamento ed uno sforzo stilistico di portata considerevole. Come avviene il vostro steep by steep? Chi si prende, in tutto questo, la patata bollente?
Onofrio: Diciamo che le nostre canzoni non nascono in un pomeriggio… ahahah!
La mole di lavoro è enorme e la composizione dei brani richiede parecchi mesi.
Generalmente, io mi occupo della prima stesura dei brani: mi concentro sulla struttura del pezzo, sul tiro e metto mano ai primi arrangiamenti, compreso qualche abbozzo vocale.
È una fase del lavoro dalla durata molto variabile e non mi affido ad un metodo fisso: un brano può nascere con la chitarra clean (spesso), da degli accordi di tastiera (spesso), da un’idea di voce e occasionalmente da un riff di chitarra.
Pur essendo un chitarrista, difficilmente mi affido alla chitarra elettrica quando un pezzo sta nascendo: preferisco partire da strumenti diversi che mi costringano a focalizzarmi sulla musica ed a non barare con i trucchi del mestiere che si è portati inconsapevolmente ad usare col proprio strumento.
Qualche volta l’idea di partenza di un brano arriva dagli altri ragazzi: in “Deconstructive”, Davide Buso (il batterista) è stato il primo autore di “Starlinked Innerness” e Cristiano Bergamo si è occupato di “Ebb And Flow Of Awareness”.
Successivamente, il brano viene condiviso con il resto della band e ognuno partecipa con il proprio apporto, concentrandosi sul rispettivo strumento.
Le linee vocali vengono completate a più mani, con il contributo di quasi tutti.
Le canzoni vengono quindi provate in sala prove (molto) e revisionate anche in base alla loro resa live, oltre ad essere continuamente testate attraverso numerose pre-produzioni casalinghe, prima delle registrazioni finali che avvengono in studio.
Il processo intero di scrittura di un album, a ben pensarci, dura almeno un anno.
Alla complessità delle canzoni e degli arrangiamenti, aggiungerei anche il fatto che amiamo curare in maniera maniacale il sound e la produzione in generale.

La Lion Music sta valorizzando i talenti tricolori ben piu di quanto le stesse label italiane non abbiano mai fatto. Come siete approdati alla label finlandese e quali ritenete siano le cause di questa esportazione di talenti?
Gianpaolo: L’accordo con Lion Music è stato davvero immediato. Sinceramente ha sorpreso anche noi con quanta facilità e rapidità si è svolta la trattativa.
In maniera molto semplice, Mr. Mattson ha ascoltato una copia promozionale di “Decontructive” e pochi giorni dopo ci ha formalizzato una proposta che per noi era impossibile rifiutare.
La Lion Music negli ultimi anni ha pubblicato davvero degli album di qualità elevatissima e penso che assieme all’InsideOut, se pur con mezzi differenti, sia la miglior etichetta focalizzata sul progressive, attualmente in attività.
Il circuito delle labels italiane è qualcosa che sinceramente ancora non ho esattamente capito: penso che in Italia ci siano delle band veramente meritevoli, eppure da noi difficilmente si punta su di un nome che non sia straniero.
L’analisi da fare, comunque, sarebbe davvero complessa: attualmente, con il crollo delle vendite, il miglior modo per promuovere la propria musica è quello di suonare dal vivo il più possibile. Ma svolgere questo tipo di attività, ad un certo livello, in Italia, per una band italiana è praticamente impossibile. Anche per questo le label italiane non puntano su band locali, perché partono già svantaggiate sul versante della fondamentale promozione live.
Manca completamente un sistema di promoters, infrastrutture, locali e festival che possa rendere possibile tutto ciò: i festival sono pochissimi e difficili da realizzare. Quindi al loro interno trovano posto solo band grossissime e nomi sicuri per gli organizzatori. Lo stesso si può dire per i locali e così via.
Da un lato manca il background imprenditoriale che possa supportare la scena musicale e dall’altro (un po’ causa e un po’ conseguenza), non esiste (in parte) il mercato vero e proprio.
In Italia c’è solo il classico grande pubblico (come in tutte le nazioni) legato ai nomi storici e le band più famose e pubblicizzate; poi un ristrettissimo pubblico di addetti ai lavori.
Le nazioni metal più sviluppate (paesi scandinavi, Olanda, Germania, ecc.) possono invece contare su varie fasce di pubblico intermedie che supportano la scena (comprando cd e andando ai concerti anche delle band meno celebri).
E tutto questo certamente non dipende dalla qualità della musica delle band italiane.

Stiamo assistendo ad una proliferazione, anche in Italia, di band che trattano il prog metal. Forse effetto della fama che in questo momento rivestono gruppi come Dream Theater, DGM, Symphony X, Spock’s Beard. Ritenete che questo fenomeno musicale abbia portato al metal nuove frange di ascoltatori, oppure si tratta sempre dei vecchi defender che, nelle successive generazioni, hanno ampliato il loro range musicale?
Onofrio: L’Italia è storicamente una nazione incline al prog. Negli anni settanta potevamo vantare la migliore scena progressive al mondo, insieme a quella anglosassone.
Per quanto riguarda il prog-metal, il pubblico italiano è sempre stato molto attento ed affezionato ai grandi nomi storici.
Non vedo, dunque, una particolare proliferazione di band, come invece è avvenuto e tuttora avviene nel power-metal: le band prog serie, che hanno veramente qualcosa da dire, sono più o meno sempre le stesse almeno da cinque o sei anni.
Dicasi lo stesso per i generi più estremi (come il death metal), nei quali militano una manciata di band veramente notevoli, ma quasi ignorate.
Semmai è aumentata l’attenzione verso il settore del prog-metal, che è stato sdoganato solo di recente, a colpi di contratti con etichette straniere: così il pubblico si è trovato a scoprire tutto d’un tratto una realtà in casa propria molto sviluppata, della quale ignorava quasi completamente l’esistenza.
Gianpaolo: Penso che l’interesse verso la musica metal in generale sia aumentato, grazie anche a gruppi che hanno portato un sound più duro nelle classifiche che contano. L’Italia non è mai stato un paese dove il metal ha avuto vita facile, completamente dimenticato da ogni mezzo di comunicazione non prettamente settoriale.
Qualche sera fa mi è capitato di accendere la televisione di sfuggita, pochi minuti prima di andare a letto: trasmettevano un programma molto interessante sulla musica hip-hop, genere che personalmente non seguo, ma che stava dando spazio ad artisti emergenti della scena underground italiana.
Una cosa del genere per la musica metal non esiste! Non riescono a trovare spazio gruppi affermati come Rhapsody Of Fire ad esempio, dopo centinaia di migliaia di copie vendute; figuriamoci realtà giovani ed emergenti.
[PAGEBREAK] Molti dei nostri ascoltatori non vi conoscono. Vi conosceranno sicuramente attraverso il vostro myspace o, in alcuni sporadici casi, attraverso il p2p (anche se non è così facile trovare il vostro album in rete!). Ma grazie a ciò, i concerti che farete saranno frequentati ed il nome degli Ashent circolerà con più facilità. Cosa pensate del file sharing, di una radicale riforma del diritto d’autore? Avete mai scaricato un album da internet?
Gianpaolo: Da quando esistono gli Ashent esiste il p2p quindi, da persona all’interno del music-business, non ho dei dati personali per confrontare l’epoca pre p2p con quella attuale. È evidente che il tracollo delle vendite è stato davvero notevole: mi capita di leggere di band che entrano nella famosa classifica di bill-board con poche migliaia di copie vendute in una settimana, un traguardo che qualche anno era ad appannaggio solo di artisti che riuscivano a vendere centinaia di migliaia di dischi.
Il file sharing è sicuramente una causa di questo collasso, ma troppo spesso lo si considera come l’unico male del mercato discografico, senza rendersi conto che chi gestisce il mondo della musica, nelle altissime sfere, sicuramente non eccelle in quanto a lungimiranza: fa sorridere osservare come il mondo cambia e, con esso, i mercati di qualsiasi tipo (e forse quello dell’intrattenimento in maniera ancora più rapida di altri), mentre la musica viene venduta allo stesso modo di 40 anni fa.
Si investono soldi in forme di promozione sempre nuove senza pensare che forse bisognerebbe cambiare proprio il modo di vendere la musica.
Non ci si può accanire contro la tecnologia. Anche le audiocassette si copiavano, la pirateria in un modo o nell’altro è sempre esistita. E se aumentano le possibilità di comunicazione, questo avviene sia dalla parte dei buoni che dei cattivi.
Ritornando a noi, purtroppo ti devo correggere, in quanto “Deconstructive” è veramente ovunque, da e-mule all’ultimo dei torrent (Che faccio? Glielo dico che avevo parlato in quel modo al fine di dissuadere i nostri lettori dal cercare l’album in rete?? N.d.R.). Ma che ti devo dire, per me è quasi un onore! ahahah.
Nell’era del p2p anche il numero di siti dai quali si può scaricare la musica è indice di notorietà della band. La prendiamo con filosofia.
Mi è capitato saltuariamente di scaricare qualche disco in passato, ma sempre con una certa etica: solamente di gruppi molto famosi (l’underground va sempre supportato) ed in funzione di “anteprima”. Nel caso l’album mi piaccia acquisto sempre l’originale, anche perché sono ancora legato all’oggetto cd, con il booklet e tutto il resto.
Ora sinceramente non c’è neanche più bisogno di questo. Con Myspace ed altri social network dedicati al mondo della musica, si può ascoltare tutta la musica che si vuole in maniera legale e gratuita. Sono tantissime le band che rilasciano corpose anteprime dei propri lavori, gli stessi Metallica hanno reso disponibile all’ascolto il loro ultimo lavoro per intero.
Onofrio: Crediamo che a doversi evolvere sia il sistema imprenditoriale della musica, a partire dalle grandi Major americane (perché tutto parte da loro).
Se il provider che fornisce l’accesso internet ha visto crescere esponenzialmente i propri guadagni, la parabola dei profitti delle Major è invece discendente. Ne deduco che:
1) I soldi spesi dal pubblico si sono spostati dall’acquisto di cd agli abbonamenti mensili per accedere a internet.
2) È arrivato il momento di legare a questo trend la vendita di musica, cambiando certi dogmi obsoleti del music business, creando accordi economici tra chi vende l’accesso alla rete sfruttando l’appeal dei film e della musica, e chi la musica e i film li fanno, investendoci una vita.
Ora la rete è come un grande negozio pieno di oggetti rubati: i negozianti si arricchiscono decuplicando i guadagni di anno in anno, vendendo prodotti che fanno gola a un pubblico interessatissimo.
Però tali prodotti sono rubati in quanto chi li produce non partecipa ai guadagni.
Se non ci fossero così tanti film e musica in rete, credi che il web si sarebbe sviluppato così velocemente? L’intrattenimento è stato il volano per lanciare la rete anche per il grande pubblico.
Rick Rubin proponeva la creazione di un sistema di distribuzione ad abbonamento, un po’ come avviene per la televisione con aziende come Sky o cose del genere. Secondo te chi ama la vera musica, non spenderebbe 10 euro al mese (il costo di mezzo cd) per poterne ascoltare quanta ne vuole legalmente?
Può sembrare una provocazione, ma penso sia davvero uno spunto sul quale riflettere.

Come intendete promuovere il vostro album? Quali canali mediatici intendete sfruttare? Quali città volete toccare con un tour? E, in tutto questo lavoro, troverete anche spazio per scrivere un terzo capitolo?
Gianpaolo: Fortunatamente la nostra etichetta ci sta dando un grande supporto promozionale; cerchiamo di sfruttare ogni canale per far conoscere la nostra musica ed il nostro nome. Sono davvero felice di constatare come l’interesse per la band stia crescendo.
I lavori di composizione per il terzo disco sono iniziati, ma vogliamo prenderci i nostri tempi dando per ora priorità alla promozione di “Deconstructive”, con più date possibili sia in Italia che in Europa. Vorrei suonare ovunque, perché in ogni luogo esistono ragazzi appassionati di musica, ma spero di avere la possibilità di fare qualche concerto nel sud dell’Italia, dove il metal dal vivo è meno presente.

Bene, Vi ringrazio per la vostra pazienza. Spero di sentirvi dal vivo al più presto.
Gianpaolo: Grazie a Loudvision per lo spazio che ci ha dato e per le chiacchiere. Colgo l’occasione per salutare tutti i lettori, invitandoli ai nostri concerti, sul nostro sito www.ashent.net o sulla pagina myspace ufficiale della band all’indirizzo www.myspace.com/ashentband.

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