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  • Asia: Phoenix

    Asia

    Data di uscita: 11-04-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Il ritorno dei dinosauri della ballata

Riprendiamo la lunga storia dove altri l’avevano lasciata. “Silent Nation” usciva nel 2004, quando noi non eravamo ancora nati. Il progressismo di Payne era in odor di sfratto, tant’è che il bassista, di lì a poco, fondava i GPS, mentre dall’altro lato, i vecchi padroni di casa rispolveravano le teiere, con il progetto Icon ed alcuni unplugged. Era lo scontro tra due generazioni, tra due modi di concepire la musica: il prog-rock degli anni ’70/’80 da un lato ed il mainstream degli anni ’60/’70 dall’altro. Chi tuttavia sembrava non credere nell’anima prog degli Asia forse era lo stesso burattinaio, Downes, il quale, a supporto di “Aqua” e “Silent Nation”, rispetto alla tradizionale esibizione della band, preferiva episodiche apparizioni unplugged insieme a Payne.
Così, il ritorno dei dinosauri inglesi della ballata era ormai compiuto. Dopo 25 anni, riappaiono quindi, sotto lo stesso tetto, Geoffrey Downes, Steve Howe, Carl Palmer e John Wetton. Anche la cover art è stata affidata a Roger Dean, che aveva curato i primi due album.
“Phoenix” sembra riproporre la classica morale del vecchio, tornato a casa dopo tanti viaggi, un po’ più stanco e un po’ più dolce. Quello che è successo ai Boston e ai Deep Purple, ora avviene anche con gli Asia. Tuttavia, in questo caso, il ritorno alle origini è ancora più evidente, e veste l’aria malinconica di chi “ricorda i bei tempi” con animo sereno e quieto. La capacità di coniugare rock e melodia risale sul trono come un re assoluto che, allontanato prima dalle barricate dei sudditi, ritorna a regnare raffrenato da carte costituzionali. Senza usare altre metafore che potrebbero solo allontanarci dalla sostanza, “Phoenix” è un album di grande ispirazione, ma eccessivamente lento: sarà il triplo by-pass che oggi sostiene il cuore di Wetton o l’intelligenza degli attempati compagni ad impegnarsi solo in ciò in cui, con smaliziata maturità, riescono meglio. In questo senso, l’album è più accostabile al progetto Icon che non ai precedenti della storica rock band.
Le undici ballate, introdotte da un mid tempo (“Never Again”) che dimostra una fiducia smisurata nel proprio refrain, manifestano una malinconia di fondo, accentuata dall’onnipresenza di tonalità in minore e da sonorità acustiche che, spesso, prendono a calci quelle elettriche.
Potrà anche dirsi, dunque, che “Phoenix” sia un prodotto di matrice commerciale, che forse lascerà insoddisfatti gli amanti dell’era Payne, ma difficilmente i seguaci degli Asia classici rimarranno delusi. Peraltro, non dimentichiamo che i primi a gridare vendetta potrebbero essere proprio gli Yes, i King Crimson e gli Emerson Lake & Palmer, da cui tutto, un giorno, ebbe inizio.

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