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Assalto al copyright! (II parte)

Questa è la seconda puntata dell’intervista a Luca Neri, autore del libro “La baia dei pirati. Assalto al copyright” (Cooper Ed.)

L’on. Maroni si è autodenunciato e ha dichiarato di scaricare la musica da internet. Solo in Italia le istituzioni riescono ad essere così politically uncorrect. Rivolgo la stessa domanda a te: hai mai scaricato musica da internet? Va bene… È una domanda sciocca e retorica e, per questo, la ritiro subito…
Ma parliamo di altro. Il fenomeno della pirateria ha, sino ad ora, toccato solo marginalmente il mercato della carta stampata. Il consumatore continua a preferire il tradizionale libro all’audiobook. Ma questo dicembre, la Sony lancerà sul mercato, al prezzo di 399 dollari, il “Reader Daily Edition”, una sorta di libro elettronico che, prelevando i file da internet attraverso un bookstore dedicato, consentirà di leggere intere biblioteche con un click. Come ti sentiresti se, un giorno prima dell’uscita del tuo ultimo libro, questo fosse già gratuitamente reperibile su internet? Tutti i soldi e i giorni persi nelle ricerche andrebbero bruciati in un sol colpo…
Ehi! Ma in che pianeta vivi! (risata scherzosa). Chi scrive un libro sulla pirateria, dà già per scontato che sarà piratato. Anzi, se non fosse piratato ci rimarrei anche un po’ male, perché vorrebbe dire che ho scritto una cosa che non interessa nessuno. Il mio libro è stato piratato dopo poche settimane dall’uscita. Esiste in una versione che, per gli addetti, si trova facilmente sui network P2P.
Vedi, questo fatto non stupisce per niente, non mi disturba affatto. È la realtà in cui viviamo. Sarebbe come lottare contro i mulini a vento. Partiamo dunque dalla premessa che i libri in Italia non si scrivono per fare soldi, ma per diffondere solo delle idee.
Nel caso del mio libro, consiglio a chi è interessato a questi argomenti di comprarselo: esso vale l’investimento di 12 €. Ci sono, infatti, delle ragioni per cui ho scritto un libro di carta e non un PDF che avrei potuto distribuire facilmente e senza spese su internet. Nella nostra cultura attuale, in questo momento di passaggio dall’analogico al digitale, il libro rimane la fonte più autorevole di distribuzione del sapere. Tra i principi delle enciclopedie online come Wikipedia, quando si creano dispute sul contenuto di una voce, la regola di base è che qualsiasi informazione debba essere riconducibile ad una fonte autorevole: e nella lista delle fonti autorevoli, al primo posto, vi è un libro pubblicato da una casa editrice di un certo prestigio.
Quindi, ci sono ancora delle ragioni per scrivere dei libri, così come ci sono delle ragioni per leggere ancora i libri di carta. Ma, nel momento in cui qualcuno inventerà un gadget che permetta di leggere un testo lungo e lineare come un libro, con lo stesso livello di concentrazione, tutto cambierà.

Vogliamo individuare qualche soluzione alternativa ai due eccessi (la ultronea resistenza del copyright o la sua abrogazione completa)?
La controparte (gli internauti) hanno offerto diverse condizioni per l’armistizio. Per salvare il diritto d’autore, si è suggerito di pagare, a fronte di ogni connessione ad internet, un canone fisso alla società di tutela dei diritti degli autori – così come è per la visione dei programmi televisivi attraverso il canone RAI -, sulla presunzione che la connessione venga utilizzata anche per scaricare file tutelati. È un po’ quello che avviene con il cosiddetto “equo compenso” sull’acquisto delle memorie esterne. Forse questa soluzione non consentirà mai gli incassi degli anni d’oro, quando bastava un disco per fare la fortuna di label ed artisti, ma arresterà se non altro la lenta agonia del copyright. Che ne pensi di questa proposta?
Non sono un avvocato e non sono la persona adatta per discutere di certe alternative del diritto. Ma ci sono due osservazioni importanti.
Il leader del partito pirata svedese critica aspramente le licenze collettive; egli le definisce come la tipica iniziativa che ci fa sentire buoni e bravi perché ci dà l’illusione di fare qualche cosa, ma che non affronta assolutamente le radici del problema. La radice del problema, invece, è che oggi fare una copia non costa niente. Quindi, se non c’è transazione economica è impossibile applicarvi delle forme di tassazione equa. Certo, sarebbe facile mettere una tassa su tutte le connessioni ad internet. Ma come si potrebbe definire equa questa tassa? Ci sarebbe inoltre un effetto negativo sui prezzi al consumo, che salirebbero vorticosamente. La gente sarebbe disposta a pagare molto di più per fare la stessa cosa che prima faceva ad un prezzo molto più basso?
Il secondo discorso è: come si divide questa torta? Chi viene pagato e per quale motivo? Come si fa a sapere cosa la gente sta scaricando? E se io scarico la stessa cosa cinquecento volte? Lo stesso autore potrebbe mettersi a scaricare il proprio libro cinque milioni di volte, con un robot automatico, per cercare di fregare il sistema. Quindi l’unico risultato di un’iniziativa di questo genere sarebbe di offrire un sussidio agli agenti più forti del sistema, che sono le multinazionali dei diritti.
Ma pensa all’assurdo. Una buona fetta del traffico P2P è generata dalla pornografia. Quindi, se accedessimo al sistema della tassazione fissa, a rigor di logica si avrebbe un finanziamento pubblico del porno. Perché, se è vero che tutto il traffico P2P è porno, i produttori delle luci rosse potrebbero rivendicare la loro fetta di diritti! Perché si dovrebbe negare il diritto al porno e non alle canzoni? Insomma, si entra in un ginepraio da cui non se ne esce più.
Questo non vuol dire che il copyright debba essere abolito. Nessuno dei pirati da me intervistati mi ha detto di essere a favore dell’anarchia. C’è una bella differenza tra scambio senza fini di lucro tra privati – concetto che dovrebbe essere difeso in nome della privacy e di altre buone ragioni – e l’uso commerciale.
Ci sono due universi diversi: quello degli scambi tra persone e quello degli scambi commerciali. Il partito pirata svedese propone, per esempio, di ridurre la durata del copyright commerciale a cinque anni. Ciò permetterebbe da un lato, agli autori di ottenere un compenso; dall’altro, all’opera di tornare di pubblico dominio dopo non troppo tempo, in modo che tutti la possano usare, manipolare, modificare, utilizzare come base per creatività ulteriore.

Quando un popolo si ribella ad un oppressore, ha sempre delle ragioni di carattere morale, politico, religioso, ma comunque sempre ideologico. Tu hai intervistato parecchia gente e questo rende il tuo libro ancora più interessante. I pirati che hai ascoltato erano animati da ragioni di carattere morale o solo opportunistiche? Come motivano i pirati il loro schieramento? Sono spinti, per esempio, dall’odio dei poteri precostituiti, dei miliardi accaparrati dalle major, ecc. oppure scaricano solo per risparmiare, senza alcuna ideologia dietro?
Bisogna fare una distinzione tra gli utenti del P2P e quelli utenti del P2P che hanno scelto di chiamarsi pirati. Il mondo del P2P include decine di migliaia di persone, la maggior parte delle quali scaricano senza neanche pensarci sopra. È facile, si può tirare giù tutto, tutti lo fanno, ed ecco che diventa un’attività comune. Anche in Italia, la maggior parte delle persone che scaricano non pensa minimamente alle implicazioni che questo vuol dire per la legge, l’economia, la cultura, ecc.
Quando invece parli con chi si espone in prima linea, come i ragazzi di The Pirate Bay, di Napster, Usenet, i ragazzi del Partito Pirata ecc., vedi una consapevolezza estrema del problema e delle implicazioni morali. Però non c’è un percorso univoco. Non c’è un’ideologia predefinita. I pirati nascono da tanti stimoli diversi. C’è chi c’è arrivato proprio partendo dall’immoralità dei brevetti farmaceutici (ricordiamo la polemica all’epoca dei primi farmaci contro l’AIDS, troppo costosi per le nazioni africane e che il Sudafrica aveva minacciato di copiare, ignorando i diritti delle case farmaceutiche). C’è invece chi c’è arrivato dalla via tecnologica, appassionandosi all’idea di far circolare i dati in modo facile e veloce e capendo che bloccare il P2P voleva anche dire censurare Internet, e che quindi ne ha fatto una questione di liberà dei diritti civili.
Se guardiamo al passato di questi ragazzi c’è gente che viene dalla sinistra, dalla destra, c’è gente che è completamente qualunquista. Quindi non c’è una formula.
[PAGEBREAK] L’eventuale riforma del diritto d’autore, come tutte le riforme, comporterebbe una forte rivoluzione del mercato del lavoro e nella distribuzione della ricchezza. Forse comporterebbe una nuova crisi economica. Gli autori dovrebbero pensare – così come molti già fanno – alla esibizione live come vera fonte di remunerazione (v. i recenti esperimenti dei Nine Inch Nails e dei Radiohead che hanno consentito il libero download gratis dei loro dischi). Nella musica non puoi copiare l’esibizione live, nel tango non puoi riprodurre l’esperienza di chi propone quei passi. Lo scambio di file (come si faceva del resto tempo fa, tra amici, passandosi a mano dischi e libri), è solo un tam-tam culturale, un punto di partenza per approfondire, aumentare il consumo e investire economicamente in altre esperienze difficilmente duplicabili. Il disco si porrebbe dunque come pretesto per il lancio del concerto, e non viceversa.
Ma quali soluzioni per la remunerazione avrebbero invece gli autori dei libri e dei film?
Non sono in grado di ipotizzare come il business della cultura si evolverà. Questo lo ribadisco spesso nel libro. Ma, posso dirti comunque che la maggior parte degli artisti non sembra affatto spaventata da questa svolta tecnologica.

Dunque le uniche ad essere spaventate sono le major?
Forse. Gli artisti, per loro natura, sono persone creative . L’arte esiste da più di trentamila anni, il copyright esiste solo da due secoli. E francamente non sono preoccupato da questa presunta crisi. La crisi tocca solo il vecchio modello di distribuzione industriale.

In ultimo, come commenti la recentissima notizia della condanna esemplare dei fondatori di “The Pirate Bay”. I tre ragazzi svedesi sono stati condannati a pagare diversi milioni di euro: una somma così alta da ritenersi inesigibile nei confronti di privati. Ora, anche l’industria discografica italiana ha chiesto ai gestori di The Pirate Bay un milione di euro di risarcimento. È di questi giorni inoltre la notizia del sequestro del sito Mininova.
I ragazzi di “The Pirate Bay” hanno sempre definito il processo intentato nei loro confronti come uno specttrial: un processo spettacolo. Loro però si dichiarano completamente innocenti e ritengono che il processo avesse un puro valore simbolico. Se guardiamo alla realtà dei fatti, infatti, “The Pirate Bay” è ancora on line, la magistratura ha provato a spegnerlo circa 10 giorni fa, emanando un’ingiunzione contro un Internet Service Provider. Dopo tre ore loro sono saltati fuori da un’altra parte del mondo. Quindi, da un punto di vista pratico, la condanna non ha cambiato niente perché il fenomeno del P2P è qualcosa che va ben altro di un singolo sito. Ormai sono dieci anni che esiste questa tecnologia. Napster nacque nel 1999, il numero delle persone che ne usufruisce non è diminuito, il catalogo condiviso è aumentato esponenzialmente. Quindi, anche se “La Baia dei Pirati” scomparisse dalla faccia della terra è sicuro che il giorno dopo ne nascerebbe un altro.

Grazie Luca. Ti siamo davvero grati per la pazienza e per i tuoi preziosi chiarimenti.
Grazie a te. Questi sono argomenti che devono essere discussi, al di là del mio libro che è una semplice provocazione. Spero che il mio pensiero consenta al dibattito di ampliarsi e di farsi più pratico e realistico, oltre gli slogan ed i luoghi comuni.

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