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Assalto al copyright!

Altro che un galeone spagnolo o francese, di tanto in tanto! La pirateria dell’era digitale saccheggia ogni giorno, ed in ogni parte del mondo, tesori ben più cospicui. Né si tratta di un fenomeno che sembra, al momento, arginabile.
Quasi tutti i governi stanno tentando di mettere un bavaglio alla libertà della rete, alla possibilità di scaricare materiale protetto dal diritto d’autore, senza pagare un soldo.
Noi, che ci occupiamo di questo argomento ormai da più tempo, abbiamo ricevuto un’ulteriore motivazione dalle pagine di “La baia dei pirati: Assalto al copyright” (Cooper Ed.), di Luca Neri, scrittore e giornalista, nonché consulente informatico. “La baia dei pirati” è un saggio avvincente sull’epopea dei pirati telematici, un originale modo di vedere le cose, diverso da quello sino ad ora imposto dalle major del cinema e della musica.
Abbiamo intervistato Luca nella sua sede di New York. Le sue parole sono state illuminanti. Per voi lo saranno ancor di più le pagine del suo libro. Il cui prezzo è assolutamente competitivo con qualsiasi forma di prelievo gratuito!

Caro Luca
Complimenti innanzitutto per l’ottima pubblicazione. Dalle pagine del tuo libro traspare una certa simpatia nei confronti dei cosiddetti “pirati”. Forse l’intenzione iniziale non era quella di assoluta neutralità giornalistica…?
Il libro è nato perché seguo l’argomento della pirateria da tanti anni, non solo come giornalista, ma anche da consulente informatico, quale è il mio reale lavoro. Ed, in questa ricerca, ho trovato due cose interessanti.
La prima era l’esistenza di un sito come “The Pirate Bay”. Per chi naviga ogni giorno su Internet, la cosa non sarà sembrata una novità, ma i meno pratici del settore possono anche rimanere a bocca aperta nel sapere che c’è un sito che, alla luce del sole e senza veli, mette a disposizione di chiunque, gratuitamente, musica e film invece protetti dal diritto d’autore.
La seconda cosa che mi ha incuriosito è stato uno studio della Cisco System, citato per la prima volta in un articolo in prima pagina del New York Times. Lo studio affermava che due terzi di tutto traffico Internet sono generati da protocolli Peer To Peer (quel tipo di tecnologia usato per scaricare materiale dalla rete, musica, film, software, più sinteticamente detto P2P). Dal punto di vista giornalistico, mi è sembrata una “notizia”. Mi sono chiesto: “Perché questo fatto non sta su tutti i giornali? Perché non se ne parla? Se i due terzi della popolazione mondiale fossero rapinatori in fuga dopo aver svaligiato una banca avremmo una notizia su tutti i quotidiani!” Quindi c’era qualcosa di interessante da raccontare. Ed è venuto fuori il libro. Peraltro c’è tutta una generazione di ragazzi, i millennials come vengono definiti negli Stati Uniti, quelli cioè cresciuti nel dopo Napster, che hanno iniziato sin da bambini a scaricare gratuitamente da internet: ebbene, per questa generazione di persone l’idea che lo spettacolo, la cultura, le idee – insomma tutto ciò che possa essere digitalizzato – debba essere pagato gli è completamente aliena. Si sono abituati ad un mondo dove, anziché un regime di scarsità, c’è un regime di abbondanza.

Nel libro, traspare tuttavia l’intenzione di perorare una causa. Così il tono di simpatia che usi nei confronti dello stesso aspetto estetico dei pirati ed, in particolare, dei fondatori di “The Pirate Bay”, sembrerebbe insinuare il pensiero che non si tratta di comuni criminali, coi volti cattivi e arrabbiati, come ognuno potrebbe pensare, ma di bravissimi ragazzi, coi volti puliti, intelligenti e simpatici.

È una domanda che è venuta fuori in tante occasioni. Spesso mi si descrive sempre come colui che è a favore del no-copyright. No! io non sono a favore proprio di niente. Io mi limito a raccontare delle storie interessanti. Il punto di vista dei pirati è un punto di vista che sino ad oggi nessuno aveva sentito. Mentre il punto di vista delle multinazionali del copyright è ben noto, ossia che i pirati sono tutti dei ladri, c’è una intera generazione di persone che la pensa in modo di verso. Queste persone non avevano una voce. Così ho cercato di essere il loro reporter. Le major hanno i loro potenti strumenti di informazione e comunicazione; non avevano perciò bisogno di un altro giornalista che ne propagandasse il pensiero. Invece mi sembrava interessante, proprio per stimolare il dibattito, far sapere che c’è anche un controcanto. Alla fine, quindi, non sono le mie idee, ma quelle del movimento che ho intervistato.

Al di là delle soluzioni opportunistiche offerte da molti internauti, che ogni giorno partecipano all’assalto al copyright, la tua posizione è originale perché trova una giustificazione di carattere logico-giuridico. Il tuo pensiero è il seguente. Il copyright non è un diritto naturale che nasce con l’uomo (come per esempio il precetto “non rubare”, “non uccidere”). Esso è solo il frutto dell’evoluzione tecnologica, ideato agli inizi dello scorso secolo, con l’avvento dei prodotti fonografici, o meglio, con la materializzazione dell’opera artistica nel prodotto fonografico. In altre parole: quando si è potuto imprigionare l’opera d’arte in un supporto fisico (il disco), si è pensato anche di proteggerla, dandole una tutela che prima di allora non esisteva e, quindi, di far pagare per essa. Precedentemente, invece, le idee erano patrimonio collettivo: Mozart, per esempio, si ispirava alla musica popolare ed il popolo copiava la musica di corte. Le influenze erano continue e reciproche e nessuno pensava di far pagare per questo. L’arte era patrimonio artistico collettivo e non era protetta.
Vista così, la tutela del diritto d’autore non nasce come un diritto precostituito dell’uomo e, come è nata, ben potrebbe morire.
Sulla base di questa argomentazione, mi sembra che tu giustifichi il pensiero “non c’è bisogno di attendere una morte naturale del diritto d’autore. Meglio l’eutanasia”.

Il problema non è quello se il diritto d’autore debba essere abolito come un concetto legale astratto. L’elemento che è rilevante è che c’è ormai uno scollamento tra il comportamento collettivo della gente, e di conseguenza la sua morale, e quello che la legge sancisce in materia di copyright (ossia il monopolio della copia). Non ha alcun senso discutere di pirateria se non si tiene conto di ciò e della necessità che la legge si adegui alla nuova realtà sociale. Sarebbe come a dire: “Io sono contro la legge di gravità!” Bene, – mi verrebbe da rispondere – e allora buttati dalla finestra e schiantati al suolo! Poiché le leggi non nascono dal vuoto, ma sono il risultato di un consenso sociale, quando le persone cambiano la morale che sta dietro a questa legge, le leggi si devono adattare. È ciò che è successo per tante questione scottanti, come la schiavitù, l’aborto, i diritti civili. La schiavitù è stato un fenomeno che è esistito per migliaia di anni, considerato pienamente legittimo; poi, ad un certo punto, la nostra morale si è rifiutata di accettare questo precetto e sono cambiate di conseguenza le leggi.
Dunque, il processo è proprio il contrario: non è il popolo a doversi adattare alla legge, ma è la legge che si deve adattare alla nuova coscienza popolare. È importante sapere che il diritto d’autore non è un diritto naturale. Ma è importante considerare che la gente, quando si tratta di oggetti telematici, non avverte la copia come un reato, pur rendendosi conto che ciò che compie è attualmente contrario alle leggi.

Dunque, se la coscienza popolare ha perso il senso dell’illiceità del download è giusto che la norma giuridica rispecchi la nuova norma morale. Se il popolo non considera più il pirata come un ladro è giusto che anche la legge si adegui a questa situazione di fatto. Il diritto vigente si dovrebbe adeguare al diritto vivente…
Siamo in un momento di trasformazione. In una situazione di questo genere, dovremmo considerare anche i lati positivi di questo aspetto. Abbiamo un’evoluzione tecnologica che, improvvisamente, ci permette di fare circolare la cultura, in modo globale e gratuito. Perché non fruttare questa facilità? Dove c’è una maggiore diffusione del sapere, c’è anche un maggiore tasso di innovazione, nuove invenzioni. È sempre stato così: tutte le volte nella storia che il sapere si è allargato da una minoranza a gruppi più ampi, abbiamo avuto dei periodi di creatività. Mi riferisco per esempio al caso del libro e di Gutemberg. Con l’invenzione della stampa, il libro, prima oggetto costosissimo perché scritto di pugno dagli amanuensi, divenne accessibile anche per la borghesia. Ciò ha portato alla rivoluzione protestante, alla rivoluzione industriale e alla rivoluzione scientifica. Il mondo è cambiato in una maniera che nel Medio Evo era inimmaginabile. Oggi siamo di fronte ad una riforma di carattere tecnico e storico altrettanto importante: bisogna guardare avanti perché i benefici di questa svolta sono inimmaginabili.
[PAGEBREAK] Sappiamo che gli USA sono lo Stato più conservatore in materia di copyright, in quanto sede delle major discografiche e del cinema. E, forse, sono anche i più influenti sul mercato internazionale, che segue un po’ i trattati internazioni “imposti” dagli americani.
Ma come si pongono gli altri Stati dell’Unione Europea? Sul tuo libro, si parla della Svezia come di un Paese riformista (lo è sempre stato – v. le leggi sulla parità dell’uomo e della donna), con un partito politico dei Pirati balzato all’attenzione collettiva nelle ultime elezioni. Dall’altro lato, abbiamo un parlamento, in Francia, che approva una legge assurda come la cosiddetta Sarkozy “dei tre colpi” (per fortuna dichiarata incostituzionale). Qualche giorno fa, tuttavia, leggevo che la stessa proposta di legge è stata presentata sul banco del Parlamento inglese. Sul versante extracontinentale, invece, ci sono diversi Paesi asiatici considerati veri e propri paradisi per i pirati, in quanto disconoscono ogni trattato internazionale in materia di copyright. Da dove credi possa giungere il colpo definitivo al diritto d’autore?
Io non faccio il profeta! Come si evolverà il dibattito in materia di diritto d’autore, francamente non lo so. Mi sembra però ovvio che esso avrà un peso sempre più rilevante nella politica del futuro. Non perché il copyright sia così importante, ma perché è in gioco la stessa libertà di informazione e di internet, in definitiva. La rete, così come la conosciamo oggi, è un luogo in cui ognuno può affacciarsi e scrivere quello che vuole, creare nuovi servizi, senza chiedere permesso a nessuno; non c’è un vertice, non c’è un controllo. Proprio per questa ragione, Internet ha dato vita ad una serie di cognizione ed ha avuto il successo che ha avuto. Guardando al domani, dobbiamo chiederci che tipo di libertà vogliamo, che tipo di società vogliamo, che tipo di comunicazione vogliamo. I pirati, in definitiva, sono dei combattenti per i diritti civili.

Molto bella questa definizione, Luca! Invece si dice che i pirati siano i ladri e gli approfittatori.
Ma c’è un’iniquità di fondo anche nel comportamento della controparte. Perché le case discografiche si fanno ancora gioco del consumatore e continuano a chiedere, anche per la musica acquistata on line, gli stessi prezzi applicati alla musica su supporto materiale? Una canzone infatti costa circa 1 euro: ci vogliono quindi circa 15/18 Euro ad album. Se è vero, però, che la musica è ormai digitalizzata e dunque la sua distribuzione è a costo “zero” (non vi sono, infatti, spese nell’upload di un file su un server affinché possa essere scaricato); se gran parte dei costi del tradizionale CD sono dovuti alla fase di produzione (l’acquisto della materia prima, la registrazione, la stampa del libretto, il packaging, la spedizione, la distribuzione al dettaglio, la remunerazione del rivenditore); se, ciò nonostante, perché i prezzi non si abbassano?
Questo lo dovresti chiedere a loro! Il mio sospetto (circostanza peraltro documentata da altri analisti di questo settore) è che c’è stata un’incapacità dell’industria discografica a capire Internet e la sua portata. Se l’imprenditore, che è stato a lungo monopolista, modificandosi il mercato e venendo meno il suo monopolio, non abbassa i prezzi, andrà in fallimento!
Ho partecipato ad una trasmissione su SkyNews 24, dove c’era il vice presidente dell’Anica, l’Associazione dei produttori cinematografici italiani. Lui si rende conto che Internet è il canale di distribuzione del domani e che anche l’industria cinematografica dovrà rendere i suoi film scaricabili. In tale occasione, gli ho fatto questa domanda: “Se il prezzo di un film piratato è zero, qual è il prezzo che voi sareste disposti ad offrire, che sia concorrenziale con quello “applicato” dai pirati?”
Sono convinto che la gente sia disposta a pagare un minimo per un download più veloce, privo di virus, più facile, senza difficoltà (che invece ci sono nei network P2P). Forse 50 centesimi, o giù di lì! Ma è disposta l’industria cinematografica a fare film su questi livelli di prezzo, quando invece è abituata a far pagare 20/30 euro a DVD? Credo che, sul volume, le industrie potrebbero avere i loro margini di guadagno, anche perché il digitale non ha solo l’effetto di abbassare i prezzi del prodotto finale, ma consente anche di ridurre notevolmente i costi della produzione. Ma questo vuol dire sconvolgere tutto un modo di ragionare. Alcune industrie saranno abbastanza sveglie da riuscire a farlo, altre invece no e credo che, per queste ultime, sarà difficile sopravvivere.

Ora ti faccio una domanda a cui vorrei rispondessi da tecnico dell’informativa e non da giornalista.
Al di là delle considerazioni di carattere giuridico, ritieni che “tecnicamente” il fenomeno della pirateria possa essere arginato o anche solo “controllato”? Chi è più forte: l’industria dei contenuti o i pirati?

L’obiettivo della tecnologia è quello di rendere le reti sempre più veloci, capillari, numerose. C’è un trend storico che rende la circolazione delle informazioni digitalizzabili sempre più facile. Si va verso la diffusione totale dei dati e ciò sembra un fenomeno impossibile da fermare. Non credo tuttavia che si possa fare un ragionamento così drastico. È possibile, se non fermare completamente, almeno rallentare la pirateria. Il problema è che, per fare ciò, bisognerebbe ispezionare tutto il traffico che passa per la rete: esattamente quello che fanno i censori cinesi o dei paesi arabi. È questa però la società che desideriamo? Peraltro, chi dovrebbe esercitare il controllo? Un privato, un governo, una pubblica amministrazione, un giudice? Questo sembra più uno stato di polizia. Nessuna delle nostre società democratiche sarebbe disposta ad accettare ciò. Peraltro, non stiamo parlando di terrorismo: stiamo parlando di canzonette! Per cui, restiamo con i piedi per terra. Non vale la pena di perdere la libertà per difendere delle industrie che non si vogliono adeguare alla tecnologia.

Sull’altro piatto della bilancia, l’industria dei consumi pone, come conseguenza del P2P sfrenato, il disincentivo alla creatività: se l’artista non guadagna, non produce.
Ma questo pensiero si scontra con due considerazioni. Analizziamole.
La prima è una circostanza di fatto. Da quando esiste il P2P, le produzioni discografiche sono aumentate vorticosamente, ogni settimana escono centinaia di nuovi album e vecchi gruppi ormai considerati estinti si riuniscono e lanciano nuovi album. Anche storicamente, i mercati asiatici di Taiwan, Giappone e Corea del Sud hanno conosciuto il boom economico in periodi in cui non vi era protezione della proprietà intellettuale, quando chiunque era libero di copiare le idee altrui e di svilupparle.
La seconda, invece, è una considerazione di carattere economico. La maggior parte dei proventi derivanti dal copyright non finisce nelle tasche degli artisti (salvo pochi eletti), ma delle major. L’artista non è mai remunerato per quanto invece l’utente paga. Eppure, per decenni, gli autori hanno continuato a produrre, pur senza guadagni. Molti di essi, addirittura, hanno sostenuto più spese di quante sono state le entrate (si consideri il cosiddetto “autore a proprie spese” nel campo dell’editoria).
Dunque, l’iniquità di fondo potrebbe proprio essere quella di un’industria dei contenuti che ricatta sia l’autore che il consumatore.
Come vedi la possibilità di una riduzione drastica dei prezzi al consumo grazie ad internet e alla possibilità di autoprodursi (bypassando l’industria della distribuzione e della produzione dei supporti materiali)? Potrebbe ciò restituire quella equità tra valore intrinseco dell’opera e prezzo che il consumatore è disposto a riconoscere? In altre parole, potrebbe il futuro vedere un rapporto solo bilaterale (artista – consumatore) e non già trilaterale come oggi (artista – produttore – consumatore)?
Io non credo che si possa guardare la realtà in bianco o nero. Essa è molto più grigia di quanto si possa credere. Sicuramente i network permettono agli autori di mettersi in comunicazione diretta con il loro pubblico, spazzando via il ruolo di monopolio che prima avevano certi intermediari. Ma non è detto che questi intermediari debbano scomparire totalmente dalla scena. Essi potranno adattarsi alla nuova realtà. Ci sono molti grossi gruppi che propongono agli artisti dei contratti a 360 gradi: non solo la produzione e la distribuzione, ma anche la promozione, il management e ogni qualsiasi forma di attività, in cambio di percentuali. Non so quindi come ci evolveremo: non sono un futurologo e non pretendo di fare il profeta.

(Fine prima parte)
La seconda parte dell’intervista verrà pubblicata nella prossima uscita di questa rubrica.

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