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Un Astra emergente nel cielo tricolore

Ecco dov’era finito Titta Tani, ex frontman dei DGM, recentemente sostituito da Mark Basile.
Ecco dov’era finita la tribut band ufficiale dei Dream Theater che, partendo da Roma, aveva conquistato un po’ tutto lo stivale.
Ecco dov’era andato a finire il buon spaghetti-power, tutto melodie e ritmi serrati.

Tre ingredienti miscelati nel secondo capitolo degli Astra che, senza regalare le emozioni dell’ultimo lavoro dei colleghi capitolini testé citati, si pregia comunque di un sound coinvolgente e ben elaborato.

Caratteri che, lungi dal manifestare espliciti intenti simulatori, non trovano tuttavia nell’originalità il concetto che li definisca in pieno.
Con sorpresa, accostabili più alla tradizione scandinava (su tutti, i Pagan’s Mind e Jorn Lande) che a quella del teatro dei sogni, la band alterna, al moderno progpower, fatto di strutture elaborate e di variazioni elettroniche, partiture più leggere, tinteggiate di AOR.

In quest’ultima linea si inserisce il tributo conclusivo ai Queen – uno scherzo come direbbero i compositori settecenteschi – dove cori e liriche richiamano (qui certo volutamente) arrangiamenti e titoli della band di Freddy Mercury.

Rileggendo le note dell’album, ci meravigliamo di come, a volte, dopo un po’ di pioggia, sia così facile trovare funghi tanto grossi quanto pregiati. Qualcuno ha finalmente capito che non basta riunirsi in una qualsiasi sala incisioni e comporre delle caricature in cartapesta, come quelle che sfilano a Viareggio: occorre una genuina spinta emotiva. Che in questo caso non manca!

Pro

Contro

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