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Astratti furori

In questo momento l’orologio segna le undici, il termometro quaranta gradi, e quattro individui stanno salendo su un palco. Siamo al Locomotiv, noto locale bolognese, che stasera può festeggiare un sold out clamoroso, tale da stipare più di mezzo migliaio persone grondanti di sudore sotto lo stesso tetto. Quarta volta a Bologna per i tedeschi Lali Puna.

Partono con “Move On”, estratta dall’ultimo lavoro “Our Inventions”, che presentano appunto durante questo tour. Sullo stage si è stabilita una metropoli di strumenti elettrici e analogici: synth, controller, pedali e tastiere di ogni genere. La carinissima partoriente del gruppo, Valerie Trebeljahr, si alterna fra microfono e Korg, con una voce dolce e timida, mai sfacciata, non effettata e vibrata come invece spesso è sugli album. Tra un modesto e ricorrente “grazie” e l’altro, si susseguono sia pezzi vecchi, come “6-0-3″ e “Everywhere & Allover”, a detta loro uno dei primi che hanno scritto, sia brani recentissimi, come “Everything Is Always”, “Safe-Tomorrow” e la canzone che dà titolo all’album, “Our Inventions”, chiusa da una improvvisata spaziale, con una ritmica delirante. Si potrebbe credere, socchiudendo gli occhi, di trovarsi ad un rave sullo spazio, ma uno spazio atemporale.
Christoph Brandner, con una batteria metà acustica metà elettronica, non si fa problemi ad accarezzarla con le bacchette a spazzola per poi, il minuto dopo, ridurla in frantumi sotto cazzotti elettrici e schiaffi elettronici. I finali dei pezzi sono infatti spesso e volentieri strascicati in un evolversi apocalittico e totale di strumenti, sempre più avvolgenti, sempre più opprimenti, temporaleschi: dei tappeti di noise improvvisato da togliere il fiato. Mai la stessa cadenza; si può benissimo finire a palpitare in levare, come altrettanto spontaneamente ritrovarsi a fremere sotto trame tendenti drum’n’bass.

La cosa incredibile è che il suono è perfetto, ultraterreno, assolutamente non impastato; anzi, secco, tagliente, aguzzo, ma allo stesso tempo carezzevole, tremolante. Totale. Gestito con spontaneità matematica.
I muri tremano, il pubblico va in catalessi, e tac, è tutto finito. Un civettio, un tintinnio, ci si risveglia, e son le prime note di un nuovo pezzo. Con “Faking The Books” e “Rest Your Head” si canta, con “B-movie” e “That Day “si balla, con “Grin And Bear” e “Future Tense” si sogna. Sono brani come “Scary World Theory” a far impazzire il pubblico, o crisi epilettiche alla “Micronomic”, e altri come “Rapariga Da Banheira” a sorprendere.
In questi accostamenti di sonorità inconciliabili, fuse in un un unico sub-genere, c’è sempre spazio per la nota dolce, o per il campionamento etereo. Questo è l’inimitabile filo conduttore che rende questi quattro una band spaventosamente fantastica, potente e soave allo stesso tempo.
Markus Acher fa staffetta fra chitarra, basso e voce, impeccabile come sempre, e Christian Heiß, dietro al suo castello di energia elettrica scandisce e modula suoni celestiali, incorporei ed eclettici.
Ad accompagnare il tutto, c’è un bellissimo gioco di luci sullo sfondo, fra il rosso, il giallo, e il blu.

Sono questi i concerti che confermano che nel mondo della musica ci sono ancora gruppi che non si accontentano di vedere il sorriso sulle bocche dei loro fan, ma li vogliono appagare in modo totale. QUATTRO, i bis, e ripeto: quattro. E ogni volta ogni ritorno è accolto con più enfasi (soprattutto al primo giro, quando ricompaiono armati di ventilatore). Al quarto rientro sul palco le persone sono un centinaio, nessuno ci voleva ancora credere. Quando tutto è veramente finito, li ritroviamo fuori con la gente a chiacchierare, firmare autografi e fare foto dietro il banchetto.

Questi sono i 18 € spesi volentieri. Questi sono i cento minuti che augurano sogni d’oro.

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