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“At Your Inconvenience”, un titolo, una garanzia?

È tornato. Ma non è mai andato via. A un anno dal suo debutto con “Alive Till I’m Dead”, incontriamo Professor Green, a Milano per promuovere il suo nuovo album “At Your Inconvenience”. Un titolo, una garanzia? Poco importa. Perché di rapper così promettenti, nel proprio essere sfacciatamente onesti, coinvolgenti e diretti, il panorama musicale internazionale ne ha davvero bisogno. Che ne riesca ad apprezzare il contributo o meno.

Ed eccolo arrivare nella sala conferenza della EMI MUSIC, col suo imponente metro e novanta e una personalità che ancor prima di prender voce nelle sue canzoni, è evidente già solo da quello che i suoi innumerevoli tatoo raccontano. Ma niente cliché, Green è tutto fuorchè il classico rapper tutto baggy pants e bling bling, come lui stesso più avanti non tarderà a sottolineare. Un ragazzo fortunato (dalla storia e dalle cicatrici che la ricordano) di Hackney – Londra -, che in questo lavoro parla di sé senza filtri, di argomenti che lo toccano nel vivo, senza nemmeno tener bassa la voce per ciò che lo infastidisce.

In “Dolls” – dice – si rivolge a quei media che, solo per suscitare clamore, decontestualizzano un piccolo episodio, creandone una storia gigantesca e facendo credere al lettore cose non vere. E ci racconta di come gli sia capitato che i giornalisti inglesi scrivessero che Chris Martin, conosciuto in un backstage di un suo concerto, fosse diventato d’improvviso il suo mentore e salvatore. In realtà, il frontman dei Coldplay, colpito dai pezzi di Green, gli disse semplicemente che qualora avesse provato desiderio di suicidio come il padre, avrebbe potuto chiamarlo per uscire a mangiare una pizza insieme.

“At Your Inconvenience” rappresenta quindi quello che Green fin dal principio voleva raggiungere, tutti quei pensieri che voleva esprimere, anche se, per l’appunto, sconvenienti. “Il titolo è provocatorio – ammette – ma avvisa su quale possa essere il contenuto del disco: sta a te decidere se ascoltarlo o meno”. Messe via tutte le aspettative e ignorando quella sensazione di non potersi mai lamentare senza passare per lo stronzo di turno che ha tutto quello che gli altri vogliono, parlando come se fosse tra un gruppo di amici, dice: “Ho imparato che non importa se hai successo in quello che volevi sempre fare, hai giornate positive e negative lo stesso, la vità è così. E un album deve essere come un viaggio, salite e discese. Deve avere un mix di cose – tempi belli, tempi brutti, cose sfacciate, cose serie. Ho osato così molto di più, sia nei testi che negli arrangiamenti. Sono stato anche più trasparente nelle mie idee in fase di produzione.” Una sperimentazione di sicuro successo che lo ha portato ad una crescita musicale nata anche e soprattutto da un nuovo senso di stabilità acquisita, dall’aver trovato confidenza nella sua voce, dall’essere sicuro di sé e di quelli che lo circondano. [PAGEBREAK]

Molte le collaborazioni, per sound e testi vari, dalle contaminazioni eterogenee. Lo stesso Green ammette “Ascolto Johnny Cash, Portishead e Prodigy, eppure faccio il rapper. Insomma non amo proprio le convenzioni”. E a chi lo paragona ancora ad Eminem, lui, storcendo un po’ il muso, risponde che è troppo pigro per reggere il confronto. In realtà il suo è un rap profondamente diverso, un ottimo rap fatto da un sound unico e da rime sagaci (come solo gli inglesi sanno essere), singolari e inimitabili, dando nuova dimensione e stile a un genere fatto ormai solo da soldi, sesso, successo. E quasi a giustificarsi dice “Mi piace tirar fuori la luce dal buio, perché non importa quanto oscuro sia, contiene sempre un po’ di humor. Penso sia una peculiarità inglese”.

In Italia è spesso in airplay radiofonico il suo primo singolo “Read All About It” che, in esclusiva, vede la partecipazione di Dolcenera al posto di Emeli Sandè della versione originale. Inevitabile è allora chiedergli della sua partecipazione a Sanremo, dove si cimenterà con l’artista nostrana nel duetto di “My Life Is Mine”, riadattmanto della celeberrima “Vita Spericolata” di Vasco Rossi. Fa sorridere la risposta, giacchè Green scopre solo in quel momento che il palco dell’Ariston è per un festival neo melodico, non proprio quindi quello di una freestyle battle. Ma ride, e certo che in ogni caso si divertirà, esprime apprezzamento per la collega, di cui ne ammira la passione e la vocalità potente e graffiante. La loro, infatti, è una collaborazione che va oltre le pure costruzioni discografiche: “Cercavo un’artista italiana che sapesse interpretare il dolore che ho provato nello scrivere un pezzo tanto toccante per me. Ho sentito Dolcenera cantare il ritornello nella vostra lingua, non capivo niente di quello che diceva, ma la sua voce era talmente potente e arrivava dritto al cuore che non ho potuto non scergliela.” Per il resto, potrà godersi il nostro Bel Paese, nella speranza (più nostra) che vi possa tornare ancora una volta nel suo prossimo tour che avrà inizio in estate, ma le cui tappe sono ancora in via di definizione.

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