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Atari: Mi cambia 1000 lire in gettoni?

È con piacere che vi presentiamo gli Atari: coloro i quali hanno fatto degli 8 bit una missione di vita.
Eccoli, Player1 e Player2, che hanno risposto alle nostre domande rimbalzandosi la palla con dritti e rovesci degni dei migliori giocatori di Pong.

Partiamo da lontano: quali sono i gruppi con cui siete cresciuti?
Player 2: Pink Floyd, King Crimson, ELP, Led Zeppelin…
Player 1: Anche io come Player 2, solo che l’unico gruppo che mi ha fatto veramente crescere sono stati i Beatles.

A un certo punto della vostra vita avete deciso di cominciare a fare musica: a quando risale questa decisione? Che cosa vi ha spinto?
Player 2: Io ho sempre fatto musica…solo che non la suonavo ancora!
Player 1: Non si decide di fare musica, non è come decidere di fare l’avvocato piuttosto che il medico. Si fa musica senza una ragione ben precisa. (Tuttavia non si nasce nemmeno con una tastiera attaccata alle dita, ndr)

Avete scelto di celare la vostra identità dietro a nomi d’arte: hanno un particolare significato?
Player 2: Atari = Videogame, Player = Giocatore… quindi… dai, hai capito?
Player 1: Dai…è così palese!
(ebbene sì, avevamo capito, ndr)

Quale peso ricopre l’attività live? Che riscontro avete dal pubblico?
Player 2: Il live è fondamentale per creare passaparola e diffondere la propria musica, per fortuna il pubblico reagisce benissimo al sound degli Atari!!!
Player 1: Il live è quanto resta ancora di genuino nella musica, tutto il resto è puro business. È il momento in cui le persone che hai di fronte capiscono se sei un bugiardo o dici la verità.

Si dice che la situazione musicale in Italia non sia delle migliori. Voi cosa ne pensate? Qual è secondo voi l’ostacolo più grande per un gruppo italiano nel proporsi all’estero?
Player 2: Penso che il problema non sia la musica italiana, ma gli italiani, finché si avrà paura di investire oltre confine.
Player 1: Si dice male… non c’è nessun ostacolo. Chi lo dice che gli Italiani vogliano spingersi all’estero? Ne siamo poi così sicuri?

Sempre sulla situazione dei gruppi italiani, si dice spesso che ci sia troppa rivalità: voi sentite questa cosa?
Player 2: Assolutamente no. Anzi spesso si creano amicizie e collaborazioni, una band che si sente rivale di un’altra è solo perché sa di essere inferiore.
Player 1: Io stimo chiunque altro faccia questo lavoro.

Parlando di band emergenti. Oggi è molto facile fare un cd, più difficile forse è emergere tra i tanti. Secondo voi cosa avete in più degli altri?
Player 2: Fare un cd è facile, fare un disco un po’ meno. Il punto non è avere qualcosa in più o in meno agli altri gruppi. Il successo di un disco dipende da tanti fattori complessi: in primis la produzione artistica e la fruibilità della musica, la promozione, la distribuzione e tutta una serie di passaggi che fanno uscire il disco e il nome della band dall’anonimato.
Player 1: La convinzione comune è credere che fare un disco sia facile. Invece non lo è affatto, e poi, ti dirò, mi rassicura sapere che oggi sia ancora difficile emergere. Questo fa si che il livello del prodotto musicale sia sempre più alto e competitivo.

Come avviene il processo creativo?
Player 2: Dipende, non c’è una regola rigida, può avvenire improvvisando o magari stando davanti al computer e registrando un’idea servendosi di un software.
Player 1: Si, niente di ordinario. È difficile razionalizzare il processo creativo perché è il risultato di tutta una serie di agenti interni ed esterni che sono per lo più mutevoli. Una canzone puo’ nascere da un testo come dal suono di un’ambulanza.

Parliamo di “Sexy Games For Happy People”: siete soddisfatti del risultato finale?
Player 2: Entusiasta, anche dei suoi difetti.
Player 1: La soddisfazione è qualcosa di molto effimero, che passa e non te ne sei neanche accorto. Guardo a questo disco come qualcosa che adesso farei diversamente, o forse non farei affatto.

Quali saranno le vostre prossime mosse?

Player 2: Alfiere mangia Cavallo in D6… Scacco!!!
Player 1: Chi lo sa… voi restate sintonizzati!

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