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Atleticodefina: Se un pomeriggio d’estate un cantautore

Lui è uno di quelli che la musica la prende sul serio, uno che non fa sconti al rispetto per le sette note. Uno di quelli che da ragazzino, alle feste, portava i dischi dei Clash e che ama Neil Young perché lo immagina a casa sua così come lo vede sul palco. Parliamo di Pasquale Defina, giunto pochi mesi fa nei negozi di dischi con “Revolwo”, terzo album firmato Atleticodefina. Ve ne avevamo già parlato, e bene. Ora lo abbiamo incontrato per farci raccontare chi è questo milanese che da anni alloggia nei progetti più importanti della musica italiana: Cristina Donà, Afterhours, Emidio Clementi e Giorgio Canali sono solo alcuni dei nomi che sono passati al suo fianco. Una piacevole chiacchierata come se ne fanno raramente.

Ci piacerebbe iniziare con una tua presentazione. La citazione “sono un cantante: troppo lavoro, poco futuro” può esser valida?
È una considerazione portata al limite valida per chiunque provi a fare questo mestiere. Vivere di musica richiede una tenacia che non ha limiti d’età, invece – specialmente in Italia – tanti progetti nascono, ci provano col fantomatico singolo, e poi li vedi sparire dopo qualche mese. La gavetta è una cosa che non dovrebbe finire mai, ma allo stesso tempo dovrebbe farti crescere professionalmente. Se decidi di suonare, suoni tutta la vita. Io non son mai riuscito a vederla come un periodo. E qualora non dovessi avere la disponibilità economica di fare un disco, non vuol dire che smetterei di suonare.

La solita situazione italiana che non va?
Probabilmente sì. In Inghilterra e in America ho visto ragazzini di 20 anni – così come sessantenni – che hanno deciso di suonare, e suonano indipendentemente dal guadagno. Qui tutto dipende dal successo del disco. E la musica non è un superenalotto, col quale provare a guadagnare. Ci vuole un progetto, una promozione, un investimento. Non c’è nulla di male nel creare un gruppo a tavolino: è marketing, e sul mercato c’è anche questo. Ma la musica è altro. Vuoi mettere la tua faccia al posto della marca di un oggetto? Fa pure, non sono di certo io ad avere problemi.

Il superenalotto per chi vuole provare a vincere con la musica ora ha tanti nomi, a partire da “X Factor” e passando per i myspace popolati da musicisti d’ogni specie. È la malattia della musica dei nostri anni?
Credo che sia una situazione già vissuta: anche negli anni Settanta la PFM aveva lo stesso successo di Gianni Nazzaro, grazie al fatto che avevano la stessa visibilità. Il problema, quindi, potrebbe essere questo, dato che oggi Giorgio Canali o Paolo Benvegnù – per fare degli esempi – non hanno la stessa visibilità del vincitore di “X Factor”. Suona come una contraddizione dire che nel 2009, con più mezzi a disposizione, esista un problema di tale tipo, ma di certo non è possibile puntare il dito contro la discografia, o la musica scaricata da Internet. Son tutte cazzate quelle lì.

Collaborazioni, progetti e rapporti d’amicizia ti hanno reso protagonista della scena rock italiana, quella che sa di cantautorato. Sembra quasi una formula d’altri tempi (ricorda i circoli di letterati o di artisti). Come si vive in questo mondo? Lo senti un privilegio?
In realtà è tutto molto più naturale di quanto sembra: ad alcuni di loro come Manuel e Giorgio (Agnelli e Prette degli Afterhours, ndr) sono legato da molto prima che la musica diventasse un mestiere. Anche con gli altri – fortunatamente! – si suona insieme per il piacere di suonare; le collaborazioni nei rispettivi dischi nascono in maniera del tutto spontanea. Poi ti capita di pensare che nell’ ’86 ci vedevamo per bere una birra insieme e ora ci ritroviamo cresciuti musicalmente, con qualche persona in più ad ogni concerto. Ma forse è più una soddisfazione che un privilegio. È come guardare un passato fatto di amicizie e di tanta voglia di suonare: lo guardo e tutto ciò che viene fuori, lo ributto dentro le canzoni.

Ecco, parliamo di canzoni. Come nascono i lavori di Pasquale Defina? Sono frutto di ispirazione momentanea o ti crei uno spazio per comporre e scrivere?
Per “Revolwo” ho scritto prima i testi. È stata la prima volta, ed è stato interessante, oltre che una necessità: per registrare in presa diretta devi per forza avere i testi già pronti. In questo album volevo dare pari attenzione a testi e musiche, spero di esserci riuscito! Quello che scrivo è ciò che mi gira intorno o nella testa, non sono testi totalmente autobiografici, ma mi piace definirlo un lavoro immaginifico-autobiografico. Prendo spunto da tutto: dai libri, dai film, dalla tv, dai vecchietti giù al bar. Scrivere è quello che continuo a fare anche quando il disco non è imminente, perché non potrei fare altro. Mi alzo presto la mattina e faccio il mio mestiere come farebbero un medico o un panettiere.
[PAGEBREAK] “Revolwo” è il terzo lavoro della formazione Atleticodefina. Se il primo è l’esordio, il secondo una conferma, cosa rappresenta il terzo disco?
È inevitabilmente una crescita, non fosse altro per il tempo che è trascorso dal primo disco. Io vedo i quattro album – compreso quello con i Volwo – come una cosa unica, anzi se dipendesse da me uscirei con un quadruplo ogni dieci anni, invece che con un disco ogni due. Ma se te ne stai zitto per troppo tempo, qui ti credono morto.

Hai avuto anche esperienze all’estero, dove non deve essere semplice esportare la musica italiana. Qual è stata la reazione del pubblico?
Il mese scorso sono stato in Lussemburgo e due anni fa a Manchester, all’ “In The City”, un festival annuale che raccoglie le scelte dei direttori artistici pescate in giro per l’intera Europa. Quando son capitati in Italia hanno comprato il disco per puro caso, gli è piaciuto, e ci hanno contattati. Ottimo il riscontro del pubblico, lì nessuno ti chiede a chi somigli, o cosa hai fatto finora: vengono al concerto, se piaci, bene. Altrimenti vanno via anche dopo la seconda canzone. Da noi devi somigliare per forza a qualcuno per trovare consenso.

I tuoi amici Afterhours hanno messo la faccia per un progetto dal titolo “Il Paese è Reale”. Obiettivo: portare la scena indie agli occhi – e alle orecchie – del grande pubblico. Tu cosa ne pensi?
Non ho ascoltato il disco, a parte qualche brano. Però mi sembra che abbiano avuto un’idea brillante, quando potevano fregarsene. Il valore va oltre il disco in sé ed un lavoro del genere è bellissimo che ci sia. Certo, per cambiare davvero le cose ci vorrebbe una sorta di rivoluzione, però il progetto è servito a rendere tutto meno utopico. Perché se ognuno – nel proprio campo – facesse lo stesso, forse sarebbe un traguardo raggiungibile. E quindi bisognerebbe trovare il modo di dire alla gente che oltre l’ipermercato la domenica c’è anche la mostra nel museo, o uno spettacolo teatrale o un film di Soldini che di certo non fa male vedere. Per di più i risultati sembrano essere buoni per tutti i gruppi che hanno partecipato a “Il Paese è Reale”.

Questa intervista finirà su un portale di musica, dove accanto al testo ci sarà un video, e magari una galleria di immagini. Tutta questa cornice a portata di click ti sembra una fortuna o credi che si lasci da parte la musica?
Per me è giusto che ci sia tutto, ed una visuale completa come quella che si può avere su una pagina web oggi è fondamentale per chi voglia farsi conoscere. L’importante è non perdere lo spirito critico, ma approfittare del fatto che la tavola è piena e si può scegliere cosa prendere e cosa lasciare. In Rete c’è tanto di tutto, ed è giustissimo così. Basta scegliere con convinzione, senza cercare sempre tra ciò che ti fa assomigliare alla massa.

Saggio quanto basta per lasciare da parte l’aura della rock star e vestire i panni di gradevolissimo interlocutore, così abbiamo conosciuto Pasquale Defina. Ve lo abbiamo presentato, perché fare i nomi della buona musica ci sembra doveroso. Ora aspettiamo i live, i prossimi dischi e un’altra chiacchierata. Insomma, siate certi che ne sentirete ancora parlare.

Buon ascolto!

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