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Gli attori di 120 Battiti al Minuto

A “120 battiti al minuto” di Robin Campillo, Grand Prix a Cannes 2017 (qui la recensione dal Festival), è bastata la scena d’apertura per farmi decidere di parlarne nella rubrica “Gli attori di…”: una qualità di recitazione fuori dal comune per un intenso dramma corale d’impegno civile dedicato alle lotte di Act Up, l’associazione parigina che nei primi anni 90 si batteva per una corretta informazione sull’AIDS rivolta soprattutto ai segmenti di popolazione più vulnerabili e/o discriminati (adolescenti, omosessuali, persone transgender, tossicodipendenti, prostitute), e per un accesso alle cure trasparente e uguale per tutti.

«Il lavoro di casting è stato molto lungo, ben nove mesi – ha spiegato il regista, sceneggiatore e montatore, a Roma qualche giorno fa per l’anteprima del film – Cercavamo attori in cui avere completa fiducia. Li abbiamo poi chiamati per tre giorni di prove, durante i quali i dialoghi sono stati parzialmente rielaborati per adattargli meglio alle caratteristiche degli interpreti. Per quanto riguarda le riprese, io e la direttrice della fotografia Jeanne Lapoirie abbiamo optato per inquadrature molto lunghe, sulle quali abbiamo poi agito in fase di montaggio, per dare agli attori maggiore libertà di movimento; non c’era però grande spazio per l’improvvisazione, la sceneggiatura è sempre stata piuttosto precisa».

Pensare che una recitazione naturalistica sia frutto d’improvvisazione o spontaneità è in effetti un equivoco piuttosto comune: nel caso di “120 battiti al minuto”, come apprendiamo dalle parole di Campillo che di Act Up è stato membro e ne conserva quindi ricordi diretti, c’è invece dietro un lavoro di stampo quasi teatrale, fatto di prove, letture del testo, riscritture, aggiustamenti. Un minuzioso lavoro di finzione, per una messa in scena di assoluta credibilità e verosimiglianza.

“120 battiti al minuto” dura quasi due ore e mezza ma i personaggi che ruotano intorno ai protagonisti Sean (Nahuel Pérez Biscayart) e Nathan (Arnaud Valois) sono tanti, e non tutti possono avere lo stesso spazio: eppure, non ce n’è uno che non sia minuziosamente caratterizzato, dall’aspetto fisico (qui il merito va ai responsabili del casting) al modo di vestirsi e pettinarsi (costumisti e acconciatori non sono mica fondamentali solo per i film ambientati oltre un secolo fa), dalla postura al tono di voce fino alle espressioni degli occhi (e questa è pura regia, del tipo più sottile).

Pensiamo al giovane Jérémie (Ariel Borenstein), che in un pugno di inquadrature, e attraverso pochi dialoghi calibratissimi, ci si imprime nel cuore come un personaggio a tutto tondo; pensiamo alla madre di Sean (Saadia Bentaieb), scritta e interpretata completamente in sottrazione, attraverso parole di dolore non dette e gesti di disperazione non fatti; pensiamo anche alla granitica Sophie di Adèle Haenel, che non vediamo praticamente mai in contesti privati, eppure ci sembra di capirla, quasi di conoscerla: una ritrosia di sceneggiatura, e d’attrice, che dà al personaggio un tocco di umanissima riservatezza.

E questa distinzione tra sfera pubblica e privata rende ancora più interessante il lavoro che “120 battiti al minuto” fa sul corpo dell’attore, perché anche i membri di Act Up devono ragionare in termini di rappresentazione (i manifestanti stesi sulle strade nei cosiddetti die-in ad avocare i morti di AIDS), scrittura poetica (le lunghe discussioni sugli slogan da gridare e stampare sui manifesti), efficacia dell’azione scenica (il sangue finto, le coreografie del Pride) e presa sul pubblico (l’utilità della musica). Non sono attori, è vero, ma sono attivisti, e di un’associazione che non a caso si chiama Act Up.

«Una delle strategie chiave di Act Up – racconta Campillo nelle note di regia – era mostrare la malattia attraverso il corpo dei suoi membri, che la società voleva relegare all’invisibilità. I malati vivevano la loro infermità ma al tempo stesso la ‘rappresentavano’, enfatizzandola e usandola come arma di sensibilizzazione». L’attivista mette in scena se stesso, utilizzando il proprio corpo malato (o addirittura morto, come vediamo nella scena delle ceneri), e il suo palcoscenico è lo spazio pubblico, la città intera. E dove non può arrivare la fragilità umana, arriva il cinema. Il cinema che può rendere vera l’immaginazione (la Senna che diventa fiume di sangue) e visibili le sensazioni.

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