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Gli attori di Dunkirk

Qualche giorno fa, chiacchierando con altri appassionati di cinema impazienti di vedere “Dunkirk” di Christopher Nolan al cinema, mi sono sorpresa a dare un consiglio per me assolutamente inconsueto: cercate una sala che garantisca una buona qualità di proiezione (le condizioni ottimali richiederebbero pellicola 70mm e addirittura IMAX), mentre la lingua originale non è così importante.

Sì, un film che annovera nel cast attori come Mark Rylance, Kenneth Branagh, Tom Hardy e Cillian Murphy può essere visto anche in versione doppiata. Come è possibile? Banalmente, perché in “Dunkirk” parlano tutti pochissimo e la caratterizzazione dei personaggi non passa dai dialoghi ma quasi esclusivamente attraverso l’azione. E perché, allora, infilare in un film di questo tipo – dove la recitazione, in sostanza, conta poco – proprio Mark Rylance, Kenneth Branagh, Tom Hardy e Cillian Murphy? Qui la risposta è meno banale e richiede qualche riflessione.

Nel mettere in scena l’Operazione Dynamo che tra il 26 maggio e il 4 giugno 1940 evacuò più di 300mila soldati inglesi, francesi, belgi e canadesi dalla spiaggia di Dunkerque (ne parliamo diffusamente nella nostra recensione), Christopher Nolan rappresenta il tempo e lo spazio come concetti che trovano un senso solo nelle azioni umane: un’ora, un giorno, una settimana sono ciò che ne fai, così come una distanza è il motivo per cui devi percorrerla e i mezzi, fisici e mentali, che devi impiegare per riuscirci. Nel corso di un’operazione di guerra, il tempo e lo spazio seguono regole proprie, dettate dall’urgenza, dalla paura, dalla necessità di salvarsi la vita e di salvarla ad altre persone. Nel corso di un’operazione di guerra, i rapporti umani si semplificano: amico o nemico, vivo o morto, bisognoso di aiuto o capace di aiutare.

Qui, però, non siamo di fronte a un’operazione di guerra ma alla sua rappresentazione cinematografica, e c’è un’altra categoria umana di cui tenere conto: gli spettatori. Come tenere viva la loro attenzione dopo averli gettati in una struttura narrativa a più livelli non sempre semplice da seguire? E soprattutto, come accendere la loro empatia verso personaggi che non hanno tempo né spazio (appunto) per farsi conoscere e amare? Attraverso un uso ragionato degli attori.

Il corpo umano, e a maggior ragione il corpo autoconsapevole dell’attore, possiede un valore e una concretezza autonomi rispetto alle intenzioni della macchina da presa; un valore e una concretezza determinati dalla percezione che il pubblico ha di quell’attore per via dei ruoli interpretati in precedenza, della sua immagine pubblica, della sua popolarità (o assenza di, se si tratta di esordienti). Non ultimo, del suo aspetto fisico. L’attore, prima di essere colui che parla e veicola contenuti attraverso le parole, è etimologicamente colui che agisce davanti a un pubblico.

Si è parlato tanto di come Tom Hardy, nei panni di un pilota di Spitfire, reciti per gran parte del suo screentime solo con gli occhi, unica parte del viso lasciata visibile dalla maschera. In realtà, Tom Hardy recita anche quando non sta in scena, anche quando ci viene mostrato solo il suo velivolo in cielo, ma noi sappiamo che lì dentro c’è (il personaggio di) Tom Hardy e desideriamo che porti a termine con successo la sua missione, perché gli vogliamo bene, perché vogliamo bene all’attore Tom Hardy, alla sua bravura, al suo modo possente di riempire l’inquadratura, e di riflesso vogliamo bene al personaggio.

Così come vogliamo bene allo Shivering Soldier, il soldato tremante incarnato dalla fragilità di Cillian Murphy; e vogliamo bene alla tristezza composta di Mark Rylance, alla solidità autorevole di Kenneth Branagh, a quella sfumatura di ambiguità tragica che rende così interessante il volto del ventenne irlandese Barry Keoghan (finalmente al centro dell’attenzione anche hollywoodiana), alla giovinezza senza difese delle facce nuove, e somiglianti, di Fionn Whitehead e Aneurin Barnard.

Si spiega così anche la scelta di inserire nel cast Harry Styles, che non è (ancora?) un attore ma puro volto impresso nell’immaginario popolare come membro degli One Direction. Insomma, se tra qualche giorno i giovani fan correranno al cinema per vedere il loro Harry, e non il personaggio di “Dunkirk” chiamato Alex, staranno inconsciamente adottando l’approccio più corretto verso un film di guerra il cui profondo umanismo si fonda in grande parte nell’attrattiva, immediata e carnale, che gli attori esercitano da sempre su chi li guarda.

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