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Attraverso i tabù

Presentato nella sezione Orizzonti, “La Belle Endormie” è più che una favola, è la vita che si rinnova nella riscoperta di una nuova femminilità. È la rilettura della celebre fiaba di Charles Perrault che la regista Catherine Breillat, nota per la sua indomabile libertà espressiva, rivisita travalicando la tradizione, attraverso una rilettura trasgressiva filtrata dalla creatività fiabesca.
La bella Anastasia ha un duplice volto: l’adolescente Julia Artamonov e l’undicenne Carla Besnainou. La narrazione si districa tra turbamenti giovanili, ossessioni erotiche e relazioni morbose dipinte, senza compromesso alcuno, ma con la reale e tenace intenzione di non arrestarsi di fronte a qualsivoglia tabù – e la percezione quasi carnale dei lunghi piani sequenza ne è chiaro segno.
Alla conferenza stampa hanno preso la parola la regista Catherine Breillat ed il produttore Jean Francois Lapetit.

Qual è l’itinerario che hai seguito da “La Barbe Bleue” fino a costruire registicamente “La Belle Endormie”?
C. Breillat: Inizio col dire che mi sento particolarmente onorata di essere stata scelta ad inaugurare la Sezione Orizzonti, soprattutto alla mia età è formidabile essere ancora sul campo. L’orizzonte, inoltre, si pone innanzi, davanti, non in mezzo, e questa sottigliezza per me è fondamentale. “La Barbe Bleue” è stato e, lo è tutt’ora, un lavoro importante che ha segnato da allora in poi l’inizio di una crescita. Io sono la ragazzina giovane che ascolta e crede nelle favole, anche quelle che incutono timore. L’incubo è un ‘avventura che fa crescere, la fiaba non ha solo come fine “ultimo” condurre all’età adulta, la favola è anche un indice chiaro del fatto che si sta crescendo, magari con maggiore audacia, magari finendo per essere più “esistenti” degli adulti. “La barbe bleu” è stata un’esperienza di indagine sulla società, un esperimento per testare quel che pensa il mondo che assiste e subisce la presenza di quello che oggi definiremmo un serial killer. “La Eelle Endormie” è un lavoro diverso: volevo che la protagonista-ragazzina vivesse tante esperienze, tante vite attraverso un percorso unico ed intimo racchiuso in un’unica esistenza, alternandola con un amore difficile, a metà tra la maturità dell’età adulta e la fanciullezza.

Quante storie hanno contribuito alla messa in opera di “La Belle Endormie”?
Penso che lo snodo cruciale della storia sia la scelta di “addormentarsi” all’età di 16 anni e vivere da bambini per tutta la vita. Vivere come un’eroina che passa la propria esistenza come un’esperienza. Quella della “mia” Anastasia è una fanciullezza illibata che si trascina fino a sedici anni, non solo perché vergine sessualmente ma perché vergine nella vita e nei sentimenti. La protagonista è una combattente ed è qui che sta lo charme della favola. Lei è la fata Carabosse che nasconde i propri patemi. Questa singolarità si ravvisa nell’essere ragazza, nella sua natura ambigua di persona che si affaccia sul passaggio verso all’essere donna nelle sue varie sfaccettature.

Come hai scelto gli attori?
Come faccio sempre. Non scelgo mai attori famosi, perché la selezione la cui scelta mi porterebbe via molto più tempo del film in sé. Sento il bisogno di inventare i miei attori, ne esamino circa 200, li incontro, gli scruto. Questo avviene fino a quando non riesco a trovare quello giusto: colui che sarà il mio miracolo.

Come è stato il rapporto con le ragazze? C’è nel film il tema del rapporto con le lame, la sequenza dei coltelli, che è certamente stata spinosa da gestire…
Come è facile intuire è alquanto difficile recitare con i bambini, il segreto sta nel farli giocare. È pur vero che c’è la medicina del lavoro, leggono la sceneggiatura e poi la interpretiamo insieme. Quando ho dovuto usare i coltelli veri mi sono scontrata contro la ritrosia dei bimbi che non volevano usare le lame perché “non si poteva”, “non era concesso”. Ma io volevo fortemente questo film e non sarebbe stato lo stesso se fosse mancato quest’elemento. I bimbi ci fanno un dono. Per loro è stato un gioco in cui dare se stessi. Sono stati molto felici e fieri di aver dato a me proprio quello che volevo da loro. Loro sono in grado di donarci il loro estremo coraggio e noi non dobbiamo abusarne.

Che futuro avrà il film?
J.F. Lapetit: È stato prodotto da “Arte”, per cui sarà in televisione. Oggi il paradosso è che la libertà di distribuzione si sia limitata fino ad assottigliarsi del tutto: questo mi avvilisce. Ma con Catherine Breillat non è un problema, alcuni film sono stati fatti per il cinema, altri per la tv. In Francia andrà in onda sul canale Arte e successivamente in Inghilterra, negli Stati Uniti dove è una regista molto apprezzata.

C. Breillat: È vero che sono molto apprezzata molto Inghilterra, cosa abbastanza paradossale dato che il mio modo di fare cinema è spiccatamente francese. In fin dei conti i Paesi protestanti mi capiscono molto di più degli altri perché in fondo sono anch’essi molto puritani, proprio come me. È come quando si dice il fuoco sotto il ghiaccio: sanno bene cosa vuol dire. Non accetto, invece, le quello che dicono i cattolici: adoro i tabù e divieti che bisogna trasgredire, al fine di ottenerne un superamento. I cattolici mi criticano perché pensano che voglia abbattere i tabù, ma è falso: non voglio superarli ma passarci attraverso.

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