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Aucan: Il nostro spiraglio di luce si chiama Aucan

Tre ragazzi consapevoli delle proprie capacità musicali formano gli Aucan, band che in poco tempo è già un punto di riferimento nel genere dark ambient elettronico, sia in Italia che all’estero.

Il 18 Febbraio al Magnolia è partito il loro nuovo tour che porterà il nuovo lavoro, “Black Rainbow”, in giro per l’Europa: a noi è sembrata un’ottima occasione per incontrarli ed entrare ancora di più nel loro mondo.

[Su precisa richiesta della band, l'intervista originaria pubblicata il 22/2/2011 è stata ridotta. Potete leggere qui l'intervista modificata in data 24/2/2011]

Ciao ragazzi. Noi siamo un portale che parla sia di musica che di cinema. Proprio da questo binomio nasce la prima domanda. Avete mai immaginato quale film già prodotto per il grande schermo si abbini al meglio alle vostre canzoni?
Francesco:
Ne stavamo proprio parlando poco fa. Quando stavamo preparando “Black Rainbow” abbiamo visto un film intitolato “The Road”, con Viggo Mortensen. Per noi è stato importante soprattutto per l’idea iniziale, a livello evocativo, perché sia il film che l’album erano uniti da un unico messaggio, la speranza di uno spiraglio di luce nel buio più totale.

Avete suonato molti concerti all’estero. Per voi è una fuga dall’Italia, ancora poco pronta per la vostra musica?
Giovanni:
Semplicemente le cose sono andate così, non è che abbiamo cercato di eliminare l’Italia. Le nostre prime due etichette erano francesi e lavorano su tutto il territorio europeo. Poi, per paradosso, siamo arrivati in Italia. Non abbiamo mai cercato di essere in un modo rispetto a un altro. Ci sentiamo un gruppo europeo. Suonare all’estero o in Italia alla fine è la stessa cosa. Cambia soprattutto da data a data; ci sono serate buone e altre meno.

Ascoltando “Black Rainbow” è impossibile non vivere immagini sia sonore che visive: è come se le note spingessero la propria fantasia a creare. Quali sono le vostre “visioni” che hanno ispirato l’album?
Giovanni:
Per la produzione del disco, prima di andare in studio, siamo stati dieci giorni solo noi tre in un paese del Trentino. In quei giorni abbiamo registrato un temporale (che poi è stato inserito nell’album) e altri suoni provenienti dalle nostre camminate nei boschi, che rappresentano in pieno lo spirito dell’album.

Adesso vi elenco dei nomi di gruppi e voi date una sorta di votazione. Partiamo con i Massive Attack e Verdena.
Giovanni:
I Massive Attack io li conosco poco se devo essere sincero. Mentre dei Verdena apprezzo molto che tengano che i loro pezzi siano suonati bene e che registrino da soli i loro dischi. L’ultimo singolo mi è piaciuto molto. Mi ricordo di quando ero più piccolo e tiravo giù i riff di chitarra del loro primo CD, “Valvonauta”.

E di Lady Gaga cosa ne pensate?
Francesco:
Direi che merita un otto! (Risa generali).

Ma la mia domanda su Lady Gaga è nata perché sulla pagina di Francesco come musica seguita c’è proprio Lady Gaga!
Giovanni: Io invece voto Rihanna. (Sempre più risa generali)
Francesco: Alla fine la musica per queste artiste è una piccola parte, a differenza dei live che creano e che sono dei veri e propri show.

Nei vostri concerti indossate spesso delle felpe con i cappucci, ne vogliamo parlare?
Francesco: Diciamo che è una cosa nata per caso. È utile avere un elemento al di fuori della tua vita quotidiana. Nel Teatro Degli Orrori si vestono tutti di nero, per esempio. Può essere qualsiasi cosa, anche un segno nero sul viso, o una maschera. Noi avevamo anche pensato di farci dei vestiti tutti uguali. Così come vale per Lady Gaga, l’impatto visivo conta anche per gruppi come i nostri.

I primi contatti con l’etichetta discografica La Tempesta?
Giovanni: Siamo contentissimi della Tempesta. Penso che tutto sia nato quando abbiamo fatto il tour con One Dimensional Man. Conosco e ho lavorato con Giulio Favero per quattro anni e in quel tour poi abbiamo avuto l’occasione di conoscere per bene Enrico Molteni.

La vostra musica la vedete più come una precisione geometrica o più come un caos impulsivo?
Giovanni:
La prima che hai detto. Il nostro suono è tutto un calcolo. Parte da Dario che suona la batteria come una drum machine. Io poi che sono anche fonico sono proprio super fissato. La nostra ricerca del suono è in continuo sviluppo. Alla fine veniamo dal progressive, è la nostra struttura. Non saremmo capaci di suonare altro anche se volessimo. L’unica cosa che ci riesce è fare musica ambient.

Ultima domanda in stile Marzullo. Fatevi una domanda che avete sempre desiderato e che nessuno vi ha mai fatto e datevi una risposta! Non vale farla su Lady Gaga o Rihanna.
Francesco:
Ecco così non vale!
Giovanni: Io ho una domanda! Secondo te la scimmia discende dall’uomo o l’uomo discende dalla scimmia? (Lacrime agli occhi generali) Tu come la vedi? Scherzi a parte questa è una citazione di Corrado Guzzanti che interpreta Quelo. Mi dispiace non essere un gruppo politico, mi piacerebbe parlare ogni tanto di politica con le nostre canzoni.
Francesco: Beh è meglio se ce la scrivi la domanda, così improvvisata è difficile!

E con echi guzzantiani salutiamo Giovanni, Francesco e Dario, che è rimasto in assoluto silenzio per tutta l’intervista. Il silenzio è d’oro e apprezziamo anche chi sceglie solo di ascoltare! Grande personalità per tre ragazzi bresciani pronti alla conquista del mondo.

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