Home > Recensioni > Audrey Horne: Le Fol

La voce dell’anima

Poco di diverso si può dire di “Le Fol” rispetto a quanto sia stato già detto di “No Hay Banda”, se non che questa potrebbe essere la volta buona per gli Audrey Horne di allargare il proprio orizzonte di sostenitori.

I norvegesi attaccano sullo stile dei Kiss, nascondendosi dietro l’impotenza di una radiolina, per far poi deflagrare “Last Chance For A Serenade” in tutta la sua pienezza. “Le Fol” continua a calcare il solco del post-grunge, quel rock corposo e alternativo impregnato di emozioni fosche, e il suo incrocio con melodie appiccicose e avvolgenti. Le parole di Toschie non lasciano indifferenti, rimangono avvinghiate con la stessa forza con cui aggrediscono quando vengono filtrate e assumono l’aspetto sintetico dell’alter ego fatalista.

Il rischio della banalità è quasi sempre eluso, anzi l’alternarsi delle due anime vocali risulta a dir poco avvincente, egregiamente accompagnato com’è da un background musicale dal groove impressionante, paragonabile per oscura compattezza a quello di miti moderni (A Perfect Circle e Tool) e passati (Alice In Chains). A completare il quadro atmosferico, un lavoro di tastiere a tratti quasi insensibilmente retrò e non di rado adeguato alle sensazioni che permeano i capolavori del maestro Lynch, ancora e per sempre nume tutelare e battista della band.

“Le Fol” rappresenta oggi una delle più riuscite incarnazioni della contemporaneità nella musica pesante. La voce degli Audrey Horne è il lamento della frustrazione post-moderna, è la consapevolezza dell’apocalisse verso cui ci si sta dirigendo. Dell’apocalisse interiore, prima di tutto.

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