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Autoconsapevolezza e mediocrità secondo Woody

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La lunga incursione di Woody Allen nella sofisticata Europa (Londra, Barcellona, Parigi, Roma) ci dice più di qualcosa sulla drammaturgia dell’autore e sul pensiero che la sottende e la sostiene. Cambia solo lo sfondo, con la stessa rapidità di una quinta teatrale, oleografica, inquadrata con un’eleganza visiva sempre impeccabile e discreta, che riesce a intellettualizzare anche una città magniloquente e placidamente (diciamo anche svaccatamente) compiaciuta come Roma, certo con esiti incerti sui quali la critica si è già abbondantemente espressa.

Dietro i deliziosi paraventi delle ambientazioni in giro per l’Europa si nasconde l’eterno immobilismo, il determinismo delle misere sorti umane, con cui Allen gioca in modo beffardo, da burattinaio consumato, consapevole del ruolo ineluttabile della casualità (vedi “Match Point” e il monologo iniziale sulla metafora della pallina da tennis). Da anni assistiamo alle infinite variazioni di un meccanismo collaudato, che poi è sempre lo stesso dall’epoca di Plauto, un canovaccio comico con personaggi che diventano “tipi” da commedia.

Siamo abituati ai “tipi” alleniani: altoborghesi, intellettuali e più spesso velleitariamente intellettuali, nevrotici, spesso irresistibilmente nevrotici, ciascuno con le proprie debolezze e le proprie piccole e grandi meschinità, su cui il giudizio dell’autore rimane disincantato, amaramente ironico. Agli alter-ego del regista fanno spesso da controcanto figure femminili ingenue e spontanee che hanno un effetto benefico sul disilluso protagonista di turno (Evan Rachel Wood in “Basta che funzioni”, Scarlett Johansson in “Scoop”). Tuttavia sin dai tempi di “Io e Annie” (1977) Woody Allen si è specializzato in ritratti femminili di brillante fascino e intelligenza, donne drammaticamente o comicamente volubili.
Nell’ultima fase della sua prolifica produzione cinematografica invece, il regista newyorchese ha sottilmente accentuato il carattere cinico con cui tratteggia questi ritratti, basti pensare all’esiguo spessore dei personaggi di Ellen Page in “To Rome With Love”, Carla Bruni in “Midnight in Paris”, Scarlett Johansson e Rebecca Hall in “Vicky Cristina Barcelona”.

Con “Blue Jasmine” (qui la nostra recensione) Woody Allen torna ai grandi ritratti a tutto tondo, e la bravura e l’intelligenza di Cate Blanchett incidono l’immagine con uno spessore e una profondità psicologica che costringono lo spettatore a preoccuparsi per questa donna subdola e priva di interessi, eppure colta. Spesso i film di Woody Allen tracimano di dialoghi sull’arte, sulla tragicità o la comicità dell’esistenza, insomma sul suo essere effimera, e spesso il divertimento, lo spasso che ci fa amare incondizionatamente i suoi film, sta nel fatto che il regista suggerisca l’inadeguatezza di questi dialoghi, di qui l’ironia esilarante; di certo, la sceneggiatura è sempre stata un punto di forza della cinematografica alleniana. In “Blue Jasmine” invece la protagonista parla incessantemente da sola con la sua nevrosi (la scena iniziale e quella finale sono esplicative) e della sua vita da ricca sa raccontare solo quello che aveva (e che ha perso) e l’esclusivo mondo dei ricevimenti che ruotano attorno alle convenzioni sociali dell’upper class, vuoti giri di formalità e intrighi più o meno spassosi o più o meno preoccupanti.

Affascinato dai ricchi, Allen ha dichiarato: «Mi interessa il denaro come fenomeno, ho anche pensato a un documentario. E mi affascinano i ricchi. Sono istruiti e potenti, ma commettono le stesse sciocchezze dei poveri. E sono ugualmente infelici». Certo è che neanche i grossolani personaggi di San Francisco, funzionali ad amplificare e inasprire il disagio in cui è caduta la protagonista Jasmine, ne escono bene, anzi, stavolta Woody Allen ci dice che nessuno riesce ad uscire dalle logiche ipocrite della convenienza personale, e tuttavia crede di vivere una vita difficile, avventurosa o sciagurata, come quella di Jasmine, «creatura che dall’alta società precipita in una realtà insostenibile, maturando la terribile consapevolezza di essere stata strumento della propria distruzione», un’eroina tragicamente contemporanea, perché vuota, e perché la sua pena non è inferta dal Fato imperscrutabile, ma lei stessa ne è corresponsabile. L’amaro prezzo della contemporaneità, ci insegna Euripide, è l’autoconsapevolezza (spesso, della propria mediocrità).

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