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Avantasia: Il ticchettio di fondo

È un Tobias Sammet in sospetta crisi di mezza età quello che conversa con LoudVision e descrive “The Mystery Of Time”, il nuovo album della rock-opera denominata Avantasia. Il musicista è soddisfatto al 110% del prodotto e ne parla con smisurato entusiasmo. Anche questa volta, infatti, si tratta di introdurre i contributi di un filotto di superstar del rock, che hanno forgiato brani nuovi e complessi e fomentato il senso di attesa per il nuovo tour. È tempo dunque di rituffarsi nella mente fertile e composita del musicista tedesco.

Ciao Tobi e benvenuto su LoudVision. È vero che hai appena avuto un incidente?
Ciao. Mi è caduto il laptop sul piede mentre ero nella camera d’albergo. È una storiaccia che ha creato confusione, perché pensavo che fosse rotto (il piede, ndr) ma non lo era, anche se zoppico. Nel frattempo però ho dovuto cancellare il giro per le interviste promozionali.

La trilogia originale degli Avantasia si è conclusa col disco precedente. In che termini si pone il nuovo album rispetto al passato?
Il progetto Avantasia era del tutto terminato con la trilogia, la mia intenzione era focalizzarmi sugli Edguy e sul disco “Age Of The Joker”. Presto però mi sono accorto quanto mi mancasse lavorare per gli Avantasia, una cosa che era profondamente mia. Sono dovuto dunque tornare indietro e aprire un nuovo capitolo, con nuova storia e nuova formazione: Avantasia 3.0, nessuna riproposizione della “Metal Opera”. È stata la cosa giusta perché gli Avantasia per me sono una necessità, la mia officina creativa.

“The Mystery Of Time” è quindi il primo episodio di quanti?
Il primo di due. Il secondo arriverà tra due, tre o quattro anni. Non so cosa succederà nel frattempo, ma non ricommetterò l’errore di affermare che è finita per sempre. Ho 35 anni adesso, non so che accadrà nel mio futuro.

Gli orologi sembrano essere un filo rosso all’interno dell’album. È davvero così?
Il tema è il tempo. Gli orologi sono un buon simbolo per rappresentare la misurazione e la scansione del procedere delle nostre vite. Sono qualcosa di molto romantico, ma presentano anche un aspetto spaventoso, perché ci mostrano come ogni istante trascorra e si dilegui. La vita vola via, momento dopo momento. “The Mystery Of Time” è un concept album sul tempo, sulla percezione individuale del tempo e sulla nostra condizione di vittime del suo incedere mortale. Nessuno ha più tempo, la gente si scorda le cose veramente importanti, spendendo le proprie ore affaccendata al lavoro, con l’obiettivo di rispondere al maggior numero possibile di e-mail nel minor tempo, cercando l’efficienza e spremendo al massimo le proprie giornate.

Qual è il concept?
Nella mia storia c’è un giovane scienziato nell’Inghilterra vittoriana. Cerca di capire come mai le persone si perdono in questa specie di trappola eterna: qualcosa porta via il tempo e distoglie le persone dal seguire le cose importanti della vita. Parlo innanzitutto della spiritualità, noi siamo essere spirituali. Lo scienziato analizza il problema, sempre più a fondo, fino a una specie di crepuscolo in cui è combattuto tra la “condanna” dello scienziato razionale e la nuova consapevolezza dell’esistenza di un percorso spirituale dell’esistenza. Il fuoco di quest’ultima percezione è proprio il tempo, ciò che occorre per rilassarsi e ascoltare se stessi.
[PAGEBREAK] Hai avuto modo di incontrare i tuoi ospiti o tutti avete lavorato separatamente?
Ho incontrato personalmente Bob Catley (cantante della band inglese Magnum, ndr), anche se quando ha cantato non ero lì. Anche Michael Kiske e altri hanno utilizzato i propri studi personali. Ma per lavorare con Biff Byford dei Saxon sono andato in Inghilterra, ero a Berlino per la collaborazione con la Babelsberg film orchestra, ho lavorato insieme a Russel Gilbrook degli Uriah Heep e a Bruce Kulick.

Quale di questi contributi ti ha impressionato di più?
Troppo difficile da dire. Mi hanno impressionato tutti quanti, forse perché sono un enorme fan della musica. Quando ho sentito per la prima volta il contributo di Ronnie Atkins (degli svizzeri Pretty Maids, ndr) mi sono emozionato a tal punto! Ma è successo anche con Eric Martin dei Mr. Big che ha cantato nella traccia “What’s Left Of Me”: è stato pazzesco sentire il feeling e l’intimità della sua voce. Quando ho ascoltato questi contributi ho lasciato uscire il fan che è dentro di me, un grandissimo ammiratore di Rainbow, Pretty Maids, Magnum… E poi la voce di Kiske su “Where Clock Hands Freeze”! Quando l’ho ascoltata per la prima volta mi è caduta la mascella, perché mi ha riportato indietro ai bei vecchi tempi della registrazione di “Reach Out For The Light”.

Ti ha aiutato qualcuno nella scrittura dei brani?
Direi di no. Ci sono stati però dei passaggi, per esempio con Ronnie Atkins, in cui mi è stato chiesto di “correggere” delle melodie e altri elementi minori affinché potesse emergere lo stile del musicista. Ovviamente tu li lasci decidere, perché questi artisti sanno cosa fare e come rendere al meglio. Ho bisogno di loro per ottenere il risultato finale, non per il processo iniziale di scrittura. Durante gli arrangiamenti ho ricevuto l’importante aiuto di Sascha Paeth, le cui idee sono spesso illuminanti.

Il singolo è “Sleepwalking”, una canzone nient’affatto aggressiva. Come motivi la scelta?
Questo album è certamente di genere heavy metal, ma gli Avantasia sono sempre stati inclini alle diversità. Ricordando l’album “The Metal Opera”, c’erano sì canzoni come “Reach Out For The Light” ma poi altre come “Into The Unknown” o “Farewell” o ancora “Inside”. Quello che rende gli Avantasia quello che sono è che tutte le canzoni del disco appartengono l’una all’altra, a prescindere da quanto possano essere differenti, e raccontano una fantastica storia sognante, musicalmente e testualmente. L’idea sottostante è più grande di qualunque dettaglio stilistico, è ciò che rende bruciante anche il singolo istante. “Sleepwalking” è stata scelta come singolo anche perché non si può certo dare a radio e tv la canzone più pesante di tutte. Questo non vuol dire che mi aspetti che diventi una hit, gli Avantasia non sono quel tipo di band, ma è la canzone più commerciale a giudizio sia della band che dell’etichetta. Alla fine è solo una tra dieci grandi canzoni col marchio del gruppo.

La copertina evoca atmosfere da fiaba, non trovi?
Non era questa l’intenzione. Ma che la storia abbia un appeal fiabesco è fuori di dubbio, occorre tornare ai tempi della “Metal Opera” per trovare un vero e proprio concept come questo. Detto ciò, la copertina non deve necessariamente rappresentare un evento narrato. La ragione della scelta è che il disco è venuto su in maniera quasi artigianale – come un oggetto d’arte – e ho voluto qualcosa dello stesso livello anche per la cover. Deve mostrare che questo album non è trendy, adagiato sullo spirito dei tempi, ma è classico e senza tempo, fuori dai giochi. Ecco quindi un vero dipinto, niente roba di computer, da parte del mio pittore preferito in assoluto, l’inglese Rodney Matthews. È noto per i suoi quadri fiabeschi e il risultato è stato eccezionale e centrato sul concept, pur senza rappresentarlo in dettaglio.

Quali cantanti parteciperanno al tour?
Sarà la più grande formazione itinerante della nostra storia: Oliver Hartmann, Bob Catley, Michael Kiske, Eric Martin, Thomas Rettke (già negli Heavens Gate, ndr), Ronnie Atkins e me, ovviamente. Ai concerti suoneremo oltre tre ore, non sto nella pelle al pensiero! Ci saranno brani da tutti i dischi degli Avantasia. Dopo l’evento la gente dovrà tornarsene a casa con la certezza di poter testimoniare qualcosa che nessuno aveva mai visto. È ciò che ci rende orgogliosi ancora prima di iniziare il tour.

Faresti il nome di qualche musicista che avresti voluto partecipasse al disco, ma che ha declinato la proposta?
Agli inizi c’erano diverse ipotesi esplorabili, perché non devi ancora considerare cosa può funzionare nell’album e cosa no. Avrei voluto avere Paul Stanley per esempio, ma non ho neanche provato a chiedere perché non me lo sarei potuto permettere. Penso che alla fine, riascoltando l’album, ogni ospite abbia suonato talmente bene che non posso immaginare un risultato migliore. Non sposterei una sola nota al suo interno.

Gli Edguy sono di nuovo in pausa, a questo punto?
Sarei io che dovrei essere in pausa! Seriamente, ho bisogno di questo stop dalla band: abbiamo fatto un tour con tantissime date a sostegno di quello che penso sia stato il migliore disco degli Edguy, “Age Of The Joker”. So che non tutti sono d’accordo al riguardo, ma abbiamo dato moltissimo per quello. Ora ricarico le batterie e penso al mio piccolo passatempo Avantasia, per il quale ci saranno una trentina di concerti, le date estive e alla fine sarò di ritorno per gli Edguy. La band è in pausa, ma se non ci fossero gli Avantasia io sarei fermo lo stesso. Penso che tutti abbiamo di che beneficiarne.

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