Home > Interviste > Avi Buffalo: Il sound dei Padri Fondatori

Avi Buffalo: Il sound dei Padri Fondatori

Gli Avi Buffalo sono, senz’ombra di dubbio, la rivelazione dell’anno nel panorama indie-quelchesivuole. Il loro album, abbastanza schiettamente intitolato “Avi Buffalo”, ha trovato il modo di far cadere nella trappola anche gli snob che dicevano: «Oh. Sono troppo giovani!». Abbiamo l’onore di discuterne con Rebecca, tastierista e cantante del gruppo.

Innanzitutto, quand’è che pensate che i recensori smetteranno di straparlare di questioni legate all’età e inizieranno a curarsi della musica?
Presto, spero. Comunque la questione età sta per dissolversi perché Sheridan, la nostra batterista, domani sera prenderà il diploma del liceo! (CONGRATULAZIONI SHERIDAN)

E ora una domanda basilare: da dove venga Avi si può capire, ma cosa significa Buffalo? E come avete messo insieme la band?
Il nome della band fu coniato da un amico di Avi alle scuole medie, ed è rimasto lo stesso da allora, diventando il suo alter ego musicale. Il gruppo si è formato all’inizio del liceo. È cominciato come un progetto solista di Avi. Poi, Sheridan (che era stata amica e compagna di scuola di Avi sin da quando erano bambini) e Rebecca Coleman (che frequentava lo stesso liceo) si sono unite a lui. Quindi è arrivato Arin Fazio, il bassista.

Quand’è che siete entrati in contatto con la Sub Pop? È la vostra prima esperienza con un’etichetta discografica? Che atmosfera si respira?
Lavoriamo con la Sub Pop da giugno 2009. Sì, è la nostra prima esperienza e non avremmo potuto avere più fortuna, quanto a team con cui ci siamo trovati a lavorare. L’atmosfera è all’incirca “pop”. Tutto quello che accade alla Sub Pop è emozionante e trasuda vitalità. L’ufficio, oltretutto, è molto comodo… Hanno anche una stanza per i pisolini. Inoltre, ogni tanto una donna arriva e distribuisce massaggi allo staff in cambio di materiale Sub Pop meritevole.

Avete un sound molto completo e ben “formato” per aver appena prodotto un album d’esordio. In che modo vi approcciate alla scrittura delle canzoni, come band? C’è uno schema che seguite costantemente o improvvisate di volta in volta?

Avi scrive la musica e i testi che suoniamo. Generalmente, è Avi a presentarci un brano nella sua forma completa. Quindi, iniziamo a lavorarci sopra in stile jam session e creiamo le nostre parti. Ogni show che facciamo ha delle parti improvvisate. C’è un robusto arrangiamento che ci indica come ogni canzone dovrebbe procedere, ma di volta in volta lavoriamo e modifichiamo ogni canzone.

La prima domanda mi è venuta spontanea anche perché, nonostante le vostre canzoni siano molto spesso movimentate, non sembrate mai celebrare la “gioventù” in maniera gratuita. La vita tende ad essere una stronza, non importa che età si abbia, e ci si trova ad attraversare anche alcuni momenti strazianti. Eravate consapevoli di voler trasmettere questo tipo di visione? Da dove nasce l’ispirazione dell’album?
Non abbiamo tenuto conto del pensiero della giovinezza in sé, mentre scrivevamo il disco. Ma le esperienze che si vivono nel corso della giovinezza sono davvero percepite in maniera diversa, perché tutto è molto nuovo e apparentemente duraturo. Ed è da qui che l’ispirazione dell’album nasce: dal crescere e dall’affrontare avversità tutte nuove.

Che importanza ha l’immaginazione mentre scrivete una canzone? E come interagisce con le esperienze della vita reale?
Certe tecniche legate al flusso di coscienza sono impiegate in tutto il disco. La musica e i testi tendono ad avere guizzi nonsense o sono spesso vicini alla dimensione del sogno, tuttavia mantengono un loro significato, fedele alle esperienze della vita reale.

Lo stile chitarristico non è decisamente da indie band media, e ci sono anche degli assolo di chitarra che spaccano i culi: quali sono state le vostre influenze? Siete autodidatti?

Avi ha iniziato a suonare la chitarra in seconda media, e ha avuto come mentore un vicino di casa di nome Joel Wineburg. Joel teneva una serata blues e permise ad Avi di salire sul palco ogni mercoledì sera per almeno un paio d’anni. Con Joel ed altri insegnanti di questo tipo, Avi se l’è sbrigata abbastanza in fretta. Le altre influenze sono Nels Cline degli Wilco, Jimi Hendrix, gli Zeppelin, la musica folk, in particolare Simon & Garfunkel e Joni Mitchell.

Se poteste usare dei superpoteri sul palco, quali scegliereste?
Sarebbe ganzo se i fantasmi dei Padri Fondatori degli Stati Uniti potessero salire sul palco e tirare fuori degli assoli ridicoli quando nessuno se li aspetta. Benjamin Franklin al sax.

Oh, Avi Buffalo, vi vogliamo in Italia. Benjamin Franklin compreso.

Scroll To Top