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Ayreon: L’equazione Lucasseniana

Una delle entità più influenti del panorama hard’n’heavy degli ultimi anni è stata senz’altro la creatura di un signore olandese a cui piace parlare di esperimenti finali in castelli elettrici o di avventure alla scoperta dello spazio: lui è Arjen A. Lucassen, la sua creatura si chiama Ayreon, e proprio in questi giorni tornano di nuovo fra noi con “The Human Equation”. Un disco che rappresenta quasi un punto di svolta, sicuro per motivi lirici (più che musicali), ma anche per pragmatiche ragioni commerciali, inaugurando infatti il nuovo accordo tra il polistrumentista fiammingo e la tedesca Inside Out.

Ma più specificamente quali sono le principali differenze tra “The Human Equation” e i precedenti album degli Ayreon?
Penso che la principale differenza stia nel fatto che questa volta, invece che esplorare lo spazio, ho esplorato la mente umana: insomma non c’è un concept basato su science-fiction o su tematiche fantasy in generale.
Un’altra grossa discrepanza è che per questo disco ho chiamato a collaborare con me solo cantanti che non avevano mai lavorato su nessun altro disco degli Ayreon.

In effetti le tematiche del concept del tuo ultimo album sono più “down to Earth”, più “quotidiane”. È stata una scelta meditata a priori?
C’è una specie di ragione per questo cambiamento. Ci sono molte recensioni dei miei dischi precedenti, e tanti giornalisti hanno scritto che la musica era davvero ok, ma i testi e i concept erano forse troppo infantili – castelli, cavalieri, damigelle e roba così… Il che è vero, ma è solo l’aspetto più superficiale! Prendi “The Electric Castle”: se guardi più nel profondo, si capisce che è un disco sulle emozioni umane! Perciò questa volta mi sono detto: “Ok, che succede se provo a togliere tutto l’involucro fantasy e mi concentro solo sulle emozioni – che poi sono semplicemente le fondamenta di tutti i miei dischi?”.

Non è che per caso ci sono state pressioni affinché tu prendessi questa decisione da parte della tua nuova etichetta?
Fortunatamente non ho nulla a che fare con robe del genere “I am completely my own Boss” (ridacchia n.d.r.)!
Il che significa che faccio io ogni mio album, pago per ogni cosa e tutto il resto. Poi, quando il disco è terminato, lo licenzio a qualche casa discografica che lo distribuisca sul territorio. Io rimango il proprietario della mia musica e ho tutti i vantaggi derivanti da questo.

Hai dichiarato che c’erano grosse aspettative su “The Human Equation”, il che credo proprio abbia generato forti pressioni su di te; in risposta a tutto ciò tu ti sei semplicemente concentrato sulla musica, lasciando perdere tutto il resto – quindi questa è la strada giusta da percorrere, secondo te?
Il mio ultimo disco riguarda le emozioni e penso davvero che si debbano seguire le proprie emozioni. Se inizi a pensare che questo è troppo soft per i metallari, o quest’altro è troppo heavy per i progster, oppure a come far contenta la tua casa discografica e via di questo passo, stai semplicemente sbagliando. È qualcosa che ho fatto in passato, con la band (Arjen ha iniziato con i Bodine per poi unirsi poco dopo ai Vengeance, siamo agli inizi degli ’80, N.d.R.), ci chiedevamo cosa fosse popolare al momento, e seguivamo l’ondata, la moda. Il che, nel breve, può anche essere redditizio, ma è stupido, perché le mode durano lo spazio di massimo un paio d’anni, dopodiché scompaiono. Perciò la cosa migliore è davvero fare ciò che ti piace di più, anche perché saranno le cose che saprai fare meglio! Se provassi a seguire la moda del momento, verrebbe fuori della gran me**a! (ride, N.d.R.). Sono sicuro che ascoltando i miei dischi la gente si renda conto del feeling che è racchiuso in loro, nulla è fatto sulla base di riflessioni di mercato.
[PAGEBREAK] Sei davvero molto fortunato nel poterti permettere un simile approccio.
Sono sicuramente un uomo molto fortunato, sotto questo punto di vista, me ne rendo conto.
Ma mi ci sono voluti 35 anni per riuscire a crearmi questa situazione, anni in cui ho fatto quello che la gente voleva o, perlomeno, quello che pensavo la gente volesse.Poi a un certo punto ho semplicemente voluto fare qualcosa che piacesse a me, senza concessioni di alcun genere – qualunque cosa fosse accaduta, volevo fare un album che mi sarebbe davvero piaciuto. Ciò che riuscii a creare date queste premesse, per mia grossa sorpresa, iniziò a vendere più di tutto quello che avevo fatto in passato. Il che mi ha messo in una condizione davvero molto comoda: posso fare esattamente quello che voglio e so che la gente ascolterà quello che ho fatto, perché sono riuscito a crearmi un buon nome, so perciò che all’album verrà concessa almeno un’occasione. È davvero un’ottima situazione!

Potremmo dire che l’onestà, alla fine, ripaga…
Sicuramente, ed è proprio ciò su cui verte il concept!
È la storia di un uomo che tradisce il suo migliore amico, e nel momento in cui, dopo essersi risvegliato dal coma,… (poi racconta tutta la storia, ma, credeteci, è meglio scoprirla attraverso la musica e i testi dell’album! N.d.R.).
Questo è sicuramente un disco sull’onestà. Anche l’onestà nei confronti di te stesso, perché il protagonista di questa storia si trova ad affrontare soltanto le sue emozioni, soltanto se stesso.

Ok, cambiamo comunque argomento per parlare di demo, quelli dei tuoi fan, che ti sei fatto spedire nella speranza di riuscire a scovare qualche nuovo talento da far cantare sui tuoi dischi: così è stato per Marcela Bovio (con la quale avrebbe poi dato vita agli Stream Of Passion, proprio per dare spazio alle doti della cantante messicana n.d.r.). Rifarai qualcosa del genere anche in futuro?
Well… ad essere sinceri credo proprio di no (ride N.d.R.) !
Mi sono arrivati circa centocinquanta demo, che ho dovuto ascoltare tutti, e alcuni di essi purtroppo erano davvero scadenti. Siccome dovevo rispondere dando un mio parere ad ognuno, dovevo anche cercare di tirare fuori un giudizio articolato, accurato e oggettivo per ciascuno di essi. Mi ha portato via troppo tempo.

Hai recitato il ruolo del “Best Friend”, nel tuo ultimo disco, ma so che non avevi intenzione di cantare, in quest’occasione: come mai?
La ragione è che non mi ritengo un gran cantante! Ho lavorato con grandissimi cantanti, come Russel Allen, Bruce Dickinson o tutti gli altri, che sanno fare cose che io non saprei assolutamente fare! Sono limitato, come cantante, sebbene mi piaccia cantare.
Ogni volta che canto su un mio disco devo forzare la mia voce al di sopra di quella degli altri cantanti, e non voglio fare una cosa del genere. Infatti per “The Human Equation” avevo pianificato di lavorare con Gary Hughes, dei Ten, ma la cosa non funzionava a dovere, e ho quindi provato altri due cantanti, ma la cosa continuava a non funzionare. Perciò, alla fine, mi sono detto “What the hell, la faccio io da solo!” ed è stato sorprendente vedere che il risultato sia piaciuto a così tanti!

Hai aspettative particolari per “The Human Equation”?
Ovviamente sì! Ogni volta speri sempre di riuscire a raggiungere un numero di persone più grande rispetto alla volta precedente, perché fondamentalmente è questa la ragione per la quale faccio musica: riuscire a condividere la mia musica con quante più persone possibile! Questa volta credo ci sia la possibilità di raggiungerne un numero maggiore anche per via del cambio di label, oggi lavoro con Inside Out e credo proprio che si riuscirà a raggiungere una fetta di audience più grande, in tutto il mondo. Inoltre ho lavorato con grandissimi cantanti come James Labrie dei Dream Theater, Mikael Akerfeldt degli Opeth, che è gente piuttosto conosciuta: spero che alcuni fan dei Dream Theater, per esempio, si avvicinino ai miei dischi, e che magari li trovino di loro gradimento.

Siccome per Star One, tra i guest singer, figurava Russel Allen, e sul nuovo Ayreon c’è invece James Labrie, tenendo conto che credo che questi due sono probabilmente i più famosi cantati del panorama prog metal (e dintorni) odierno, come mai non hai pensato a un eventuale loro duetto, magari già per questo tuo ultimo lavoro?
Perché la regola era che i cantanti che avrebbero preso parte a “The Human Equation” non dovevano aver partecipato ad alcun mio progetto passato. È stata molto dura rinunciare a Russel Allen, è davvero un cantante grandioso, è così potente, così pieno di feeling… un vero “eroe”: Sir Russel! (ride compiaciuto, N.d.R.)
[PAGEBREAK] Ayreon ha probabilmente dato vita a tutto il trend di Rock Opera a sfondo fantasy che sono fiorite sul mercato, in questi ultimi anni: qual è la tua opinione su tutte le rock/metal opera che sono state pubblicate?
Innanzitutto per me questo è un grande complimento! Certamente non è che abbai inventato io le Rock Opera, che esistevano già negli anni ’60, ma non sono state proposte più per un lungo periodo, soprattutto nel modo in cui le ho proposte io, cercando cioè di combinare tra loro diversi stili musicali e diversi cantanti. Alcuni hanno effettivamente seguito le mie orme e sono ovviamente molto orgoglioso di questo
Penso ci siano molte Rock Opera valide, sul mercato, una, per esempio, viene proprio dall’Italia: “Genius” di Daniele Liverani, che mi ha anche citato tra le sue influenze! Penso però che la mia musica sia diversa da praticamente tutto il resto, nello stesso genere. La mia musica è più varia, ci sono più stili diversi, influenze dagli anni ’60 o ’70, ma anche ’80, ’90, la musica di oggi e via discorrendo. Credo che ciò sia dovuto al fatto che io sono sempre stato un amante della musica, e ne ho sempre ascoltata molta.

Un tour per Ayreon rimane ancora qualcosa di impossibile?
Vedi, per Star One è stato possibile, le canzoni erano state costruite per essere eseguite dal vivo, con soltanto quattro cantanti. Sull’ultimo Ayreon ce ne sono undici, tutti impegnatissimi con le rispettive band di origine – è praticamente impossibile riuscire a far coincidere le esigenze di tutti, tenendo inoltre conto che band come Dream Theater o Opeth fanno tantissime date dal vivo… Questa è la ragione per la quale non si farà nulla: è praticamente impossibile riuscire a fare un tour.

Sappiamo inoltre che a te non piace moto suonare dal vivo.
Sì, è giusto. Ho suonato dal vivo e fatto tour per quindici anni, quando avevo diciotto anni ho iniziato a girare il mondo per concerti, facendo dei giri da pazzi! Tutto questo fino al ’93.
Penso sia una situazione ottima quando sei giovane, ricevi un sacco di attenzioni, soprattutto da parte delle ragazze (!), e puoi girare il mondo semplicemente suonando! Però dopo una decina d’anni ho iniziato a stancarmi di quella vita, anche perché c’erano un sacco di diverbi e litigi all’interno della band. E poi non è una situazione molto creativa: suonare ogni sera la stessa canzone, magari per parecchie sere consecutive. immagina poi di farlo per dieci anni! Non c’è più feeling: sei soltanto un attore che suona quella canzone. Per tutte queste ragioni, sarà anche strano, ma dopo quindici anni ho deciso di mollare tutto. Preferisco lavorare da solo e creare nuova musica! Detto questo, però, devo ammettere che mi sono davvero divertito durante il tour per Star One. All’inizio ero partito con l’idea di farlo soltanto per accontentare i fan, ma quando è finito mi è sembrato davvero un grandissima esperienza ed ero davvero contento di averla fatta!

Finisce così la chiaccherata con Arjen Lucassen, un uomo di quelli che sanno già dall’inizio cos’è che vogliono dalla vita, ma che a un certo punto decidono che è tempo di reclamarlo a gran voce, magari mettendosi rischiosamente in discussione. Uno di quelli che racconta di sé e della propria arte con l’orgoglio di chi è riuscito a fare centro e agli affanni per i primi posti, nonché alla relativa vanità, guarda ormai con fare distaccato. O almeno questa è l’impressione che Mr. Ayreon dà di sé.

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