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  • Ayreon: The Human Equation

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Le emozioni di Lucassen

“The Human Equation”? Una sorta di “A Pleasant Shade Of Gray” à la Ayreon, perciò non un monologo ma una Rock Opera con diversi personaggi e punti di vista, colorata sì da malinconiche sfumature di grigio, dal bianco della frustrazione al nero della disperazione, ma anche da tutti gli altri colori presenti nella tavolozza dell’artista.Un’avventura nella psiche umana e nel passato di un uomo, che significa un taglio netto sia con le lontane leggende al di là dei limiti spazio-temporali umani, sia con le esplorazioni cosmiche a base di space-rock – tutti contenitori che, stando a quel che afferma Lucassen, fuorviavano da quello che era, ed è tuttora, il contenuto principale dei racconti di Arjen Lucassen, vale a dire le emozioni. “The Human Equation” le sottopone invece all’attenzione di tutti in maniera più chiara, impregnandosene a tal punto da far interpretare alcune di queste a cantanti del calibro di Mikael Akerfeldt (Opeth), la Paura, o Devin Townsend, La Rabbia, senza dimenticare James Labrie, il cui timbro, ormai non più sicuro come quello di una volta, sembra adattarsi benissimo ai connotati del personaggio di cui veste i panni, colui il quale, quelle emozioni, le prova davvero: il tormentato, senza dubbio metaforico, Me.
Sotto l’aspetto musicale valgono le parole dello stesso Lucassen: ” [...] “The Human Equation” è una specie di sintesi di tutte le mie esperienze musicali passate, senza più l’elemento di science-fiction: c’é l’aspetto emotivo del primo album, la venatura più sperimentale del secondo, tutti i dialoghi dei diversi cantanti / personaggi che caratterizzavano il terzo disco, l’aspetto ambient di “The Dream Sequencer” e il carattere heavy di “Flight Of The Migrator” [...] “.Una sintesi, dunque, che non è qui sinonimo di rivoluzione sonora, ma segno vitale di una delle migliori Rock Opera a marchio Ayreon.Non ci va di aggiungere altro, perché questo è uno di quei lavori per i quali vale la pena lasciarsi trainare dai ganci d’empatia che offre generosamente, anche attraverso la lettura delle sue liriche, sicuramente le più dirette, e forse le più efficaci mai apparse su un disco del polistrumentista olandese.

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