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Babatunde Adebimpe hai un bel nome

La televisione sulla radio non s’è mai vista- o meglio, sentita.
Cinque musici newyorkesi dalle influenze soul, jazz, elettroniche e post-punk, invece, sì. Eccome.
Dopo aver vantato le collaborazioni con artisti internazionali quali Blonde Redhead, Yeah Yeah Yeahs e addirittura il Duca Bianco, il quintetto sperimentale guidato dal nigeriano Tunde Adepimpe schiocca le dita un’altra volta (la quinta, precisamente) per attirare l’attenzione dell’audience.

Il 2011 è l’anno della luce, come recita il titolo del nuovo lavoro “Nine Types Of Light”. Una luce assorbita a diverse frequenze, che nasconde ancora quelle sfaccettature più intime e riservate; non che l’album sia ostico a comprendersi, ma la sensazione generale è quella di un’arresa all’evidenza che non tutto possa essere spiegato e parimenti recepito.
Il tentativo d’interpretariato, ad ogni modo, ha un lietissimo fine.

Stranamente, è con “Second Song” che tutto ha inizio: la voce esotica del leader parla circondata da percussioni che si tramutano nell’accompagnamento del pianoforte, mentre le chitarre armonizzano in sottofondo. La traccia si fa funky quando entrano gli strumenti a fiato ed il falsetto di Babatunde.
Altra storia è “Keep Your Heart”, che suona un po’ come una preghiera gospel- merito anche del coro sommesso- di cui la pace e la tranquillità originarie subiscono un crescendo che porta il brano a una sfera di positività, con tanto di riff arpeggianti e batteria primordiale.
Dalla terza traccia in poi, i ritmi divengono più elettronici ed artificiosi.
“You” mantiene sofisticati i vocalizzi del cantante sulla base di tastiere dal tocco anni ’90 e, contemporaneamente, il pianoforte si concentra nel nucleo delle liriche che parlano di un amore accorato.
“No Future Shock” ricorda le radici hip-hop dei quartieri di Brooklyn, forse a cagione del ritornello ripetuto (“Do the no future shock”) o delle ritmiche alquanto tribali; quel che è certo è che l’insieme di voci- qualche coretto acuto qua e là- riempie qualunque buca. Tunde si sofferma per un rap, c’è un breve momento caraibico, arriva il sax e il culmine viene spento dalle trombe.
“Killer Crane” passa abbastanza inosservata per la sua lentezza e la sua scarsa originalità strutturale, contrariamente a “Will Do”, canzone scelta dallla band come singolo per anticipare l’uscita dell’LP. Oltre al testo importante, che dispensa consigli rivolti a una persona cara, colpisce la passionalità delle corde vocali, accompagnate dalle solite percussioni sostenute, dal basso cupo e da suoni elettronici di rifinitura.
Tali elementi vengono curvati a guisa di musica provocante in “New Cannonball Run”, la traccia maggiormente interessante dal punto di vista della ballabilità e intrigante per antonomasia. Il falsetto (ancora) la approssima a un parto degli Scissor Sisters.
“Repetition” fila liscia parlando di vita quotidiana e basandosi su una composizione armonica semplicistica, “Forgotten” introduce invece a un’atmosfera più concettuale ed élitaria. Sarà per il mescolamento di violini, le campionature ovattate oppure il finale che trasforma l’intero brano in un pezzo di simil-jazz improvvisato a mo’ d’effetto sorpresa.
A concludere il decalogo è l’energia un po’ truce e magari un po’ grezza di “Caffeinated Consciousness”, nella quale i tamburelli intessono una trama su cui svetta la raffinatezza della voce, prima solista, poi fagocitata dal timbro di ulteriori individui maschili.

Il beat, i loop e la vicina scordatura delle chitarre maneggiate da Kyp Malone, Jaleel Bunton e David Andrew Sitek tagliano il traguardo di un disco a metà tra un 8 e un 9.
Applicate il metodo scientifico: andate ad ascoltare di persona.

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