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Baby Driver — Incontro con il regista Edgar Wright

Nell’ultima tappa del tour di promozione mondiale del suo film più recente, ovvero il bellissimo “Baby Driver – Il genio della fuga“, il regista inglese Edgar Wright ha incontrato la stampa romana, rispondendo con garbo ed esaustività ad ogni domanda rivoltagli, dal suo ruolo di giurato alla Mostra di Venezia fino alla scottante questione Marvel (ricordate? Avrebbe dovuto dirigere “Ant-Man”) insomma, il 43enne Wright ci ha incantati, e no, non è un plurale maiestatis.

“Baby Driver” è il quinto film del regista della Trilogia del Cornetto (“L’alba dei morti dementi”, “Hot Fuzz” e “La fine del mondo”), nonché la sua prima produzione americana: da un budget inferiore ai 40 milioni di dollari Wright ha creato il suo titolo di maggior successo, che sta raggiungendo la soglia dei 200 milioni di incasso mondiale. Il cast vanta i due premi Oscar Kevin Spacey e Jamie Foxx, oltre al protagonista in costante ascesa Ansel Elgort (“Colpa delle stelle”, la saga di “Divergen”t), l’attrice britannica Lily James (“Cenerentola”, “Downton Abbey”), e poi Jon Hamm (“Mad Men”), Jon Bernthal (“The Walking Dead”, “Daredevil”, “The Punisher”) ed Eiza Gonzalez (“Dal tramonto all’alba”). Da noi il film è in sala daò 7 settembre.

Baby è un ladro e pilota d’auto dal talento straordinario, cui un incidente da piccolo ha provocato un disturbo dell’udito che lui soffoca in musica, una musica straripante, onnipresente, che infonde di sé e scandisce il ritmo del film tanto da farlo sembrare a tratti un musical. Tra un turbinio di colori primari, passi di danza, macchina da presa che scivola fluida tra spazi e persone, il film è un’incredibile commistione di generi che ripresenta gli stilemi di Wright in veste ancora una volta nuova ed affascinante. Ma lasciamo che siano le parole stesse del regista a spiegare qualcosa in più di questa bellissima sinestesia cinematografica.

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Baby sembra una somma di tutti i  personaggi dei tuoi film precedenti ma più consapevole della realtà che lo circonda, è così?

Sì, un po’ in tutti i film che ho fatto ricorre il tema del diventare grande, ma qui è al contrario: Baby all’inizio è un giovanissimo ma già molto abile criminale vuole diventare normale. In questo è diverso dagli altri film in cui invece il protagonista cresceva fino a diventare un eroe.

Uno dei punti di forza dei suoi film è stato sempre il finale imprevedibile, molto coerente e significativo. Qui sembra invece più convenzionale: è sempre stato così? ATTENZIONE: SPOILER!

Sì, è il finale originale. Volevo qualcosa di più morale, e non voglio rovinare nulla ai lettori svelando qualcosa ma posso dire che anzi erano gli studios a desiderare un finale diverso: volevano che il protagonista riuscisse a farla franca. Ma mi sembra una conclusione irresponsabile, ed io sono stato adamantino: doveva assumersi la responsabilità per le proprie azioni.

Mi hanno ispirato molto i gangster movies degli anni ‘30, dove di solito c’era sempre un final morale, etico e lo trovo interessante. Perché quando vedo che in un film il personaggio la fa franca, non ci credo mai. Mi dico sempre “ma questo tra 15 minuti è nei guai”.

Baby Driver

Lei sta per entrare a far parte della giuria di Venezia: che tipo di film noterà maggiormente? Il suo cinema influenzerà in qualche modo le sue scelte?

Non sono mai stato al festival di Venezia, ma sono stato in giuria al Sundance due anni fa.
Trovo che la cosa più bella di queste kermesse sia il poter vedere in sala film che normalmente non vedrei, certamente non al cinema. A Londra siamo fortunati, c’è varietà, ma a Los Angeles no. Credo che il mio compito di giurato sia quello di essere il più obiettivo possibile e non portare lasciare che il proprio gusto artistico influenzi le scelte. Ciò che mi attira di più è la possibilità di vedere in sala, col pubblico, film che difficilmente ottengono distribuzione nei cinema, soprattutto a livello internazionale.

A volte nella giuria di un festival si instaurano dinamiche politiche: conosce gli altri giurati di Venezia? Immagina già con chi dovrà battersi per far vincere il film che preferisce?

Alla luce della sola altra esperienza in giuria, devo dire che quando eravamo al Sundance si riduceva tutto ai numeri: nei rari casi di ex aequo si risolveva tutto con un ragionevole dibattito. Non sarò presidente della giuria qui ed alcuni li conosco, come Rebecca Hall, David Stratton ed un pochino Annette Bening. Al Sundance si cercava di distribuire i riconoscimenti tra più titoli di modo che non ci fosse un asso pigliatutto. Come dicevo prima,non ho nessuna strategia, ma solo l’intenzione di godermi i film con il pubblico.

Edgar Wright

Torniamo a Baby Driver: chi nel cast ha dato più problemi e chi meno?

In realtà – e so che non è la risposta che vi piace – sono stati tutti fantastici. La cosa bella di questo film è stato avere quel gruppo di persone che lavoravano tutte insieme, gente come Ansel, Kevin Spacey, Jon Hamm, Jamie Foxx, quando in genere se ci sono tanti grandi nomi alcuni di loro hanno parti piccole, cameo. INvece qui spesso erano tutti nella stessa stanza contemporaneamente, ed era divertentissimo quando si mettevano a terrorizzare Baby.

Quando c’erano inquadrature con Spacey e Foxx mi giravo e sussurravo al direttore della fotografia “È un’inquadratura da due Oscar!”.

Poi devo aggiungere che quando i grossi calibri di Hollywood lavorano insieme si comportano tutti benissimo, anche perché sono tutti rispettosi degli altri, e grandi ammiratori. Magari capitava la scena di un monologo di Spacey e Foxx era off camera a guardare mangiando popcorn, era come se fosse a guardare un capolavoro dal divano di casa. E a volte anche a me capitavano quelle situazioni surreali in cui dimenticavo di essere regista e sceneggiatore, mi mettevo lì ad ammirare la recitazione, e poi dovevo scuotermi per tornare in me e riprendere a dirigere il set.

Pensando a lavoro fatto con Scott Pilgrim, potrebbe stavolta succedere il contrario ed fare un seguito di Baby Driver a fumetti?

Non esiste una ragione per cui non potrebbe succedere. Ci vorrebbe un sacco di tempo. Con Simon Pegg facemmo qualcosa del genere a seguito di L’alba dei morti viventi con un fumetto in cui raccontavamo di come un certo zombie fosse diventato tale, e ci siamo divertiti tanto a scriverlo. Sono esperienze di scrittura creativa.

L’Alba dei morti viventi è uno dei titoli migliori italiani di sempre.

Quello spagnolo è “Zombies Party”, e l’ho trovato fantastico, quindi ho appeso a casa una copia della locandina!

Edgar Wright sul set del film Baby Driver, con Kevin Spacey e Jamie Foxx

Edgar Wright sul set del film Baby Driver, con Kevin Spacey e Jamie Foxx

Il suo lavoro indica sempre un certo grado di anarchia nel mescolare generi diversi, ma anche di grande controllo creativo. Come si sposano queste caratteristiche con i grandi studios, in un momento in cui grandi autori vengono prodotti dai giganti dello streaming, e molti cercano vie alternative?

Ho prodotto film con la Universal, questo è il mio primo con Sony, e dopo aver fatto 5 film posso dire che il mio obiettivo da “anarchico”, come dici, è riuscire a far creare un prodotto che abbia elementi mainstream ed un cuore di nicchia. Baby Driver è così, mentre per esempio Scott Pilgrim è stato un cult per pochi ma purtroppo il grande pubblico è rimasto poco perplesso, almeno all’inizio. Baby Driver invece ha elementi più facilmente apprezzabili per il pubblico medio ed ha avuto infatti molto successo fin dalle proiezioni di prova, ma ci sono sempre tutte le idiosincrasie del mio cinema. È un po’ il concetto del cavallo di Trkia: poter esprimere concetti fuori dal seminato, da cult, in un pacchetto più commerciale. Mentre molti dicono “questo film lo faccio per me, questo per gli studios”, per me il trucco sta nel combinare insieme le due anime, e con Baby Driver ci sono riuscito.

Sente qualche tipo di responsabilità rispetto alla fama di essere un regista che sa mescolare generi diversi? E direbbe di essere in una fase artistica diversa da quella che ha prodotto Scott Pilgrim?

Il fatto che ci metta molto tempo a fare un film, perché li scrivo anche – minimo 3 anni, per questo ne ho impiegati 4 – è forse il motivo per cui mi cimento con un genere diverso ogni volta. Sono consapevole che non c’è tutto il tempo del mondo per fare i film, e quindi sfrutto ogni volta l’occasione di fare qualcosa di diverso. Mi auguro che emerga chiaramente dalla mia filmografia che ogni film che ho fatto sia nato dall’amore del genere cui appartiene, che certamente ho amato declinare ogni volta secondo la mia visione. Mi auguro di poter continuare a spaziare tra vari generi mantenendo i miei stilemi.

Ansel Elgort e Lily James in una scena di Baby Driver

Ansel Elgort e Lily James in una scena di Baby Driver

C’è tanta musica al centro di Baby Driver: hai scelto prima le canzoni portanti e poi hai costruito tutto il movimento attorno o viceversa?

Un po’ entrambe le cose. Tendenzialmente al momento di scrivere sapevo sempre quale canzone avrei utilizzato e le volte che non era così, non scrivevo una parola della scena immaginata se prima non trovavo il pezzo che avrei utilizzato. Quindi alla fine della prima stesura avevo il 90% della colonna sonora già definito. Poi è venuto lo storyboard e la misurazione della durata delle scene, fino alle prove con cast, stuntmen e troupe, in cui le canzoni che sentite nel film venivano suonate già sul set dal vivo, così che gli attori le ascoltassero e ne seguissero il ritmo mentre giravamo.

Puoi parlarci dell’investitura che hai ricevuto da Walter Hill?

Walter Hill ha scritto e diretto il film cult del 1978 The Driver di cui io sono grande fan e che mi ha profondamente influenzato. Credo che siamo diventati amici circa 6 o 7 anni fa quando presentai una proiezione di The Driver a Los Angeles, e tempo dopo gli dissi che stavo scrivendo questo film che deve molto al suo, e lui.. È un tipo strano: non ha voluto vederlo prima che fosse finito, nonostante i miei ripetuti inviti ha detto che lo avrebbe visto solo pagando il biglietto in un cinema normale il primo giorno che fosse uscito in sala. Lui fa un cameo vocale nel film, è una delle ultime voci che potete ascoltare in Baby Driver. Ed è stato bellissimo per me poterlo ringraziare tramite questo cameo. The Driver è un film che mi ha segnato molto quando avevo circa 20 anni, continuo a raccomandarlo a chiunque non l’abbia visto, sono orgoglioso di poter considerare Walter un amico ed è stato incredibile ricevere la sua chiamata, appena era uscito dal cinema nel primo giorno di programmazione di Baby Driver negli States, in cui mi diceva che lo aveva adorato.

Jamie Foxx, Ansel Elgort, Eiza Gonzalez e Jon Hamm in una scena di Baby Driver

Jamie Foxx, Ansel Elgort, Eiza Gonzalez e Jon Hamm in una scena di Baby Driver

Considerando ciò che ci ha raccontato del suo rapporto con gli studios, cosa è andato storto, allora, con la Marvel?

[La sala trattiene il respiro, ma Wright ride] No, è una domanda facile cui rispondere. In sostanza: avevo scritto un copione di cui ero molto orgoglioso, ma non ci sarebbe stata nessuna chance per me di dirigere il film avevo concepito. È stata una decisione molto difficile, era in ultima analisi un bivio: di tutto ciò  che avevo fatto fino a quel momento avevo curato anche la sceneggiatura, e per quel film non volevo essere solo un regista free lance, volevo realizzare il mio copione. E non ho rimpianti, se non per il tempo perso sulla sceneggiatura. Ora che Baby Driver è completato posso dire che la cosa più ironica era che, quando stavo lavorando a quel film, pensavo “Se faccio questo cinecomic forse avrò finalmente la chance di fare Baby Driver!”. E alla fine, quello non l’ho fatto, ma Baby Driver sì, ed è il mio più grande successo ad oggi, quindi… lieto fine per tutti!

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