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Back in Black(ie)

Sulla scia del recentemente rilasciato nuovo album “Babylon”, il carrozzone circense degli WASP giunge a Milano, accolto da una folla magari non oceanica ma decisamente calorosa e impaziente di rivedere in azione un Blackie Lawless che, tutto sommato, ci saremmo aspettati maggiormente segnato dall’impietoso incedere del tempo. Pur assomigliando sempre più a Claudia Mori, il buon Blackie si presenta infatti in buona forma fisica su di un palco purtroppo sgombro da tutti gli orpelli a cui la band ci aveva abituato, per uno spettacolo il cui ingrediente principale è solo una corposa dose di metallo urlante. Il che, di questi tempi, non è comunque poco.

Sulle note di “Mephisto’s Walts” la band irrompe sul palco e attacca una devastante “On Your Knees” che sfuma nel reame del classic rock con una “The Real Me” di cui forse Pete Townshend non sarà mai orgoglioso ma che il pubblico milanese pare gradire notevolmente. Terzo pezzo, terzo classico WASPiano: è il turno di “L.O.V.E. Machine”, ed ogni dubbio è spazzato via: per quanto annunciato come tour di supporto per l’uscita di “Babylon”, basta uno sguardo alla scaletta per intuire che il vero protagonista di questa serie di date è il repertorio più anziano ed amato dai seguaci del nostro Blackie. Dal nuovo disco verranno infatti presentate le sole “Crazy” e “Babylon’s Burning”, lasciando circa un’ora e venti a disposizione della band per ripercorrere il meglio della propria produzione primordiale. Fatta eccezione per “Heaven’s Hung In Black”, infatti, non troveremo alcun brano post “Crimson Idol”.

Lo spettacolo è caratterizzato da un volume al limite della sopportabilità. Dietro ai muscisti, ogni canzone viene accompagnata su di un maxi-schermo dai relativi video dell’epoca, un gioco forse azzardato che mette a confronto la band con i venticinque anni della propria storia, e con una popolarità perduta impietosamente evidenziata dalle immagini dei concerti targati anni’80, tra folle oceaniche e tettute bionde platinate che sono ricordo di altri tempi. La voce di Blackie non sarà più quella di una volta, ma regge bene i 90 minuti di performance, anche se è doveroso segnalare l’uso (o l’abuso) di abbondanti basi pre-registrate. Lo show è tiratissimo, l’interazione col pubblico praticamente inesistente. Tra un brano e l’altro Blackie si limita a poche parole introduttive, per poi ripartire a 300 all’ora. Il finale di main-set è tellurico, con una “I Wanna be Somebody” cantata a squarciagola da tutto l’Alcatraz. Brevissima la pausa prima degli encore, che al pathos della già citata “Heaven’s Hung In Black” contrappongono la sfrontata leggerezza di una “Blind In Texas” che chiude un concerto che, tirate le somme, lascia soddisfatto un pubblico magari poco esigente, ma molto molto rock’n roll. Ma questo, come sempre, ci piace e ci piace molto.

Mephisto Waltz
On Your Knees
The Real Me
L.O.V.E Machine
Crazy
Babylon’s Burning
Wild Child
Hellion / I Don’t Need No Doctor / Scream Until You Like It
Arena Of Pleasure
Chainsaw Charlie (Murders In The New Morgue)
The Idol
Take Me Up
I Wanna Be Somebody
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Heaven’s Hung In Black
Blind In Texas

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